La frana in borsa delle “Internet Start Ups”
A cosa è dovuta la crescente difficoltà delle nuove aziende nel finanziarsi in borsa tramite IPO?
Tutte le aziende nuove, dal Biotech al Solare, dai nuovi materiali alle batterie per auto elettriche, stanno incontrando crescenti difficoltà a finanziarsi in borsa tramite IPO (Initial Public Offering). La colpa è certamente della crisi, che sta riducendo o azzerando i tassi di crescita, delle aspettative negative per il futuro, ma è considerata da molti soprattutto la conseguenza dello sconsolante risultato delle quotazioni a Wall Street delle maggiori Start-Ups del mondo internet dopo l’entusiasmo delle loro quotazioni.
Il Boom che nel 2011 aveva visto la corsa di grandi investitori ad accaparrarsi quote di Facebook, Twitter, Groupon o Zynga nel mercato secondario (quello cioè dove vengono trattate le azioni di aziende ancora non quotate, e pertanto considerato abbastanza grigio e fuori da controlli), negli ultimi tempi si è trasformato in una frana.
Ricordiamo che JP Morgan aveva lanciato un fondo da 1,2 miliardi di $ dal nome altisonante “Digital Growth Fund”, che Golman Sachs aveva investito direttamente in Facebook mezzo miliardo di $, e che Morgan Stanley aveva acquistato milioni di azioni di Zynga, la società per giochi d’azzardo on line, prima del suo IPO (oggi Zynga è crollato del 70% rispetto al prezzo d’offerta. Groupon a suo tempo definita la società con la crescita più alta di tutti i temi è sotto del 73%, e la regina di questa bolla Facebook è appena scesa sotto i 19 $ per azione dai 38 $ del lancio della Offerta Pubblica).
Il futuro non si presenta affatto promettente anche per un motivo tecnico: stanno infatti scadendo i termini dei “lock ups iniziali” (proibizioni di vendita di azioni) di alcuni dei primi “sostenitori” di Facebook cui sarà permesso di riversare sul mercato quasi trecento milioni di azioni (probabilmente acquisite sul mercato secondario a valori ancora più bassi di quelli attuali) con ovvie tensioni sui prezzi verso ulteriori ribassi.
Le tre maggiori banche coinvolte in questa frana sono ancora tutte assai esposte a ulteriori rischi.
Secondo DealB%k (un servizio di informazione finanziaria offerto dal NYT), Morgan Stanley che, in modo molto controverso, ha guidato il collocamento in borsa di Facebook, ha acquistato milioni di azioni in Zynga, Linkedin e Facebook al momento delle rispettive IPOs. Nel caso di Zynga il prezzo di acquisto è stato di 14$ per azione (oggi è circa 3$) ed ha inoltre aperto importanti linee di credito.
Goldman Sachs ha pure garantito linee di credito importanti a Facebook nel 2011 ed ha guidato una raccolta di 1,5 miliardi di $, 1 miliardo da clienti e 500 milioni da fondi interni. Direttamente o tramite istituzioni collegate è stata in grado di vendere 28,7 milioni di azioni a 38$ al momento della IPO. Su queste transazioni il margine è stato rilevante, ma il futuro dei rimanenti 37.2 milioni di azioni ancora in portafoglio, può non essere altrettanto roseo.
JPMorgan, che ha pure una linea di credito con Facebook di 1,5 miliardi di $ (recentemente ampliata a 5 miliardi), rischia molto col Digital Growth Fund che ha investimenti importanti in Twitter e Living Social, entrambe abbondantemente in perdita rispetto alle quotazioni iniziali.
I commenti a questo quadro sono tutti molto desolati. Uno per tutti riportiamo qui lo scoramento di Loyd Eskidson di Phoenix che scrive a DealB%k il 16 Agosto: “Prendiamone atto. Wall street non sta più finanziando la vitalità americana. E’ semplicemente diventata Las Vegas… troppe aziende paiono reinventare lo sviluppo semplicemente attaccando il termine .com ai loro nomi. E’ ora di smetterla di scommettere su queste favole e tornare alle attività che hanno fatto grande l’America, come la manifattura high-tech, e offrono benefici reali per il futuro. Ma questo rende necessario mettere una pietra sopra altre attività di Wall Street, che finiscono per essere solo distruttive come l’espulsione di milioni di posti di lavoro verso Asia e Messico…”.