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<p>29 ottobre</p> <p>Il generale Giardino diede inizio, secondo le direttive impartite dal Comando Supremo di Abano, a un nuovo giorno di attacchi nel settore del Grappa. Alle ore 09:00, con un tempo in miglioramento, il IX corpo d'armata sferrò l'assalto al monte Asolone e al Col della Berretta con in testa i reparti di arditi del maggiore Giovanni Messe: furono raggiunti alcuni successi iniziali ma ancora una volta gli austro-ungarici concentrarono le loro forze e contrattaccarono. Entro le ore 11:00 gli italiani erano ritornati sulle posizioni di partenza; gli arditi subirono perdite e il maggiore Messe fu ferito. L'attacco del VI corpo d'armata non raggiunse alcun risultato, l'artiglieria austro-ungarica intervenne con efficacia e i reparti italiani sul Monte Pertica dovettero anche respingere un assalto nemico. Alle ore 18:00 il Comando Supremo, di fronte alla tenace resistenza, dovette ordinare di nuovo di sospendere gli attacchi il 30 ottobre, in attesa degli sviluppi della situazione sul Piave[95].</p> <p>In effetti sulla destra della 4ª Armata la 12ª Armata del francese Graziani stava facendo buoni progressi e minacciava di aggirare da est le difese del massiccio del Grappa. Le brigate Re e Trapani del I corpo d'armata avanzarono verso la conca di Alano di Piave e il villaggio di Favari, mentre sulla sinistra del Piave la 23ª Divisione francese occupò Segusino e la 52ª Divisione alpina marciò con successo lungo i ripidi pendii del Monte Cesen; due divisioni austro-ungariche erano state sconfitte e ripiegavano in direzione di Follina[96].</p> <p>Soldati italiani in movimento nel settore del fiume Piave La situazione stava evolvendo in modo sempre più favorevole agli italiani soprattutto nel settore del Piave; nella notte la corrente del fiume era diminuita e l'artiglieria austro-ungarica, messa in pericolo dall'avanzata laterale delle colonne del XVIII corpo, aveva molto ridotto la sua attività.</p> <p>In queste condizioni i reparti pontieri poterono attivare due nuovi attraversamenti a Fontana del Buoro e a valle dei ponti della Priula mentre venne potenziato il ponte di Salettuol utilizzato dalle truppe britanniche. L'intera 8ª Armata del generale Caviglia passò quindi sulla riva sinistra del Piave, e il XXII corpo poté incominciare l'avanzata in profondità senza incontrare molta resistenza; vennero occupate Pieve di Soligo, Solighetto e Refrontolo. Anche l'VIII corpo, passato al comando del generale Grazioli, riuscì finalmente ad attraversare il fiume sul ponte costruito a Nervesa; una parte delle truppe, brigate Tevere e Aquila, marciò fino a Santa Maria di Feletto, mentre la brigata Lucca avanzò sulla direttrice Susegana-Manzana-Vittorio Veneto.</p> <p>Sul ponte della Priula attraversò l'intera 2ª Divisione d'assalto che raggiunse e liberò Susegana. Contemporaneamente il XVIII corpo d'armata avanzava rapidamente verso nord; a Ramera e Sarano le brigate della 33ª Divisione furono duramente contrastate da reparti austro-ungarici del XXIV corpo d'armata schierati per proteggere Conegliano ma le brigate Sassari e Bisagno riuscirono gradualmente ad avanzare, mentre le brigate Como e Ravenna dopo aver superato le difese nemiche marciarono verso il fiume Monticano[97].</p> <p>La posizione della 6ª Armata austro-ungarica diveniva sempre più precaria: questa era ormai separata dalla 5ª Armata a causa del profondo cuneo inserito dalle forze nemiche a nord del Piave, e le unità austriache del XXIV corpo inoltre rischiavano di essere tagliate fuori dall'avanzata del XVIII corpo e dalla contemporanea marcia dei reparti britannici di Cavan che erano già a nord del fiume Monticano[98].</p> <p>La 10ª Armata anglo-italiana riuscì infatti a superare la resistenza di due divisioni austro-ungariche: alcune formazioni arrivarono al fiume e, sostenute da violenti attacchi di aerei italiani e britannici che scossero le difese, lo superarono alle ore 10:00 e costituirono una testa di ponte. Alcuni reparti austriaci si disgregarono, e fuggirono in disordine, altri rifiutarono di contrattaccare; una parte delle truppe britanniche alle ore 12:00 occuparono Cimetta mentre altri reparti avanzarono verso nord-ovest e minacciarono le retrovie del XVI corpo austro-ungarico[99].</p> <p>Artiglieria pesante campale italiana da 149/35 Mod. 1901 in azione La 6ª Armata austro-ungarica rischiava quindi di essere isolata e distrutta: mentre il XXIV corpo si batteva per coprire Conegliano, le truppe incaricate di frenare l'avanzata del XXII corpo d'armata italiano stavano arretrando a loro volta nel crescente disordine; il generale Wurm, comandante della 5ª Armata, avvertì del successo britannico a nord del Monticano. Alle ore 16.30 venne ordinata la ritirata generale della 6ª Armata dietro il Livenza, ma questa manovra tuttavia provocò la perdita del contatto sul fianco destro con il "Gruppo Belluno" del generale von Goglia che a sua volta nel pomeriggio ordinò i primi ripiegamenti per coprire le Prealpi Bellunesi. Alle ore 23:00 le brigate Sassari e Bisagno occuparono Conegliano, mentre il XXIV corpo austro-ungarico si ritirava verso Sacile. Anche il generale Wurm aveva deciso la ritirata, e la 5ª Armata durante la notte incominciò a evacuare la linea del basso Piave[100].</p> <p>Le truppe italiane quindi rientrarono nelle prime città e villaggi del Veneto occupati per quasi un anno dal nemico e liberarono le popolazioni che avevano duramente sofferto il dominio austro-ungarico. Le devastazioni e i saccheggi operati specialmente dai soldati tedeschi e ungheresi erano state notevoli, e i soldati italiani furono accolti con grande sollievo e ricevettero entusiastiche acclamazioni dalla popolazione liberata[101]. Il generale Borojević riteneva ormai la situazione disperata: si moltiplicavano le defezioni e gli ammutinamenti tra i reparti, era impossibile continuare la resistenza.</p> <p>Egli considerava soprattutto importante salvaguardare una parte dell'esercito e organizzare la ritirata fino ai confini dell'impero, e alle ore 12:00 diede indicazioni in questo senso al quartier generale austro-ungarico; alle ore 19:30 il generale Arz von Straussenburg ordinò l'evacuazione "in modo ordinato" del Veneto, ma il comando del Gruppo d'armate del Tirolo comunicò che a causa delle condizioni delle truppe questa manovra di ritirata era inattuabile e consigliò un armistizio immediato senza condizioni. Nella mattinata si era avuto il primo contatto tra le due parti in lotta: alle ore 09:20 il capitano Kamillo von Ruggera, incaricato dal generale Weber, aveva superato le linee italiane a Serravalle all'Adige per presentare una missiva della commissione d'armistizio austriaca trasferitasi a Rovereto[102].</p> <p>Ricevuto al comando della 26ª Divisione fanteria italiana, l'ufficiale austriaco consegnò la lettera del generale Weber che chiedeva di aprire le trattative per stabilire le condizioni di armistizio; la lettera venne trasmessa al Comando Supremo italiano che contestò la validità giuridica dei documenti presentati e affermò che non si intendeva intavolare alcuna trattativa che avrebbe potuto interrompere le operazioni belliche; si era invece pronti a ricevere delegati con pieni poteri per comunicare loro le condizioni per la resa concordate dall'alto comando italiano con gli alleati[103]. 30 ottobre Inizio della ritirata austro-ungarica I generali Diaz e Badoglio erano ormai consapevoli che l'esercito avversario stava crollando e intendevano sfruttare al massimo la situazione senza concedere tregua al nemico e cercando di trasformare la sua ritirata in rotta irreversibile. Vennero quindi diramati ordini alla 3ª Armata del Duca d'Aosta di passare subito il basso Piave: quattro divisioni di cavalleria furono attivate e spinte avanti con l'ordine di superare le colonne nemiche in ritirata e bloccare i punti di attraversamento del Tagliamento da Pinzano al mare; la cavalleria doveva avanzare soprattutto a nord della ferrovia Conegliano-Codroipo[104]. Il generale Giardino venne avvertito al mattino del 30 ottobre di limitarsi momentaneamente ad azioni minori ma di prepararsi ad avanzare risolutamente con la 4ª Armata in caso di sviluppi risolutivi della situazione.</p> <p>Nel corso della giornata quindi nel settore del massiccio del Grappa le truppe italiane non sferrarono altri attacchi, mentre l'aviazione cominciò a individuare colonne nemiche in marcia nelle retrovie verso nord. In effetti il generale von Goglia, comandante del "Gruppo Belluno" nel pomeriggio comunicò al XXVI e al I corpo d'armata la necessità di abbandonare le posizioni e ripiegare; in seconda linea le unità di rinforzo avevano quasi completamente defezionato[105]. Dopo una serie di discussioni, alle ore 24:00, appreso dei successi della 12ª Armata italo-francese sul fianco sinistro, il generale von Goglia ordinò finalmente la ritirata generale, 70 000 soldati austro-ungarici abbandonarono le posizioni tenacemente difese per giorni, intraprendendo una difficile ritirata e lasciando sul posto gran parte dell'artiglieria[106]. Effettivamente la 12ª Armata del generale Graziani stava avanzando verso Feltre per aggirare il massiccio del Grappa: la brigata Taranto liberò Alano di Piave, mentre la brigata "Trapani" si avvicinò a Quero; a est del Piave, le truppe francesi avanzarono dopo aver occupato Segusino, mentre i reparti alpini salirono sulle Prealpi Bellunesi, occupando completamente il Monte Cesen[107]. Liberazione di Vittorio Veneto Nel corso della notte del 29-30 ottobre la 6ª Armata austriaca aveva continuato la sua confusa e difficile ritirata dopo aver rinunciato a contrastare la testa di ponte nemica sul Piave. Il XXIV corpo riuscì a evitare di essere isolato a sud del Monticano e raggiunse Sacile e Brugnera, mentre il II corpo attraversò in disordine Vittorio Veneto; la città venne saccheggiata nella notte dalle colonne in rotta e nella mattinata gli austro-ungarici si ritirarono verso Polcenigo per cercare riparo dietro il Livenza.</p> <p>Il comando della 6ª Armata sperava di poter trattenere temporaneamente il nemico su quel fiume, prima di rafforzare le difese sulla linea Aviano-Vivaro-Arzene. La situazione delle truppe austro-ungariche era disastrosa e anche la volontà combattiva era compromessa; una serie di attacchi aerei italiani aumentarono il disordine e la demoralizzazione tra i reparti[108]. Truppe italiane e cecoslovacche (sulla destra), in movimento dietro il fronte del Piave In queste condizioni il generale Caviglia poté accelerare l'avanzata delle sue truppe: la cavalleria venne portata avanti per l'inseguimento e l'8ª Armata avanzò su tutto il fronte. Alle ore 15:00 sezioni del XX reparto d'assalto, precedute fin dal mattino da unità di ciclisti e dalla cavalleria dei lancieri "Firenze", entrarono a Vittorio Veneto accolte festosamente dalla popolazione; giunsero anche reparti di fanteria dell'VIII e del XXII corpo d'armata e furono catturati i soldati austriaci superstiti[109]. Dopo la liberazione di Vittorio Veneto, l'8ª Armata proseguì l'avanzata fino alla sera verso la stretta di Serravalle pressando da vicino le truppe austro-ungariche in rotta; altri reparti raggiunsero Follina, Tovena e Revine, le brigate Bisagno e Sassari marciarono verso il Cansiglio e le sorgenti del Livenza, le brigate Como e Ravenna avanzarono su Cordignano e Villa di Villa[110]. Nel settore della 10ª Armata del generale Cavan le truppe britanniche avanzarono verso Sacile dove incontrarono ancora dura resistenza; venne raggiunto il Livenza a Francenigo, mentre anche la 37ª Divisione italiana marciò verso il fiume e occupò Fontanellette; infine la 23ª Divisione italiana deviò la sua avanzata verso destra per favorire il passaggio del basso Piave della 3ª Armata, liberò Oderzo e si avvicinò a Ponte di Piave[111].</p> <p>L'attraversamento del Piave da parte dell'armata del Duca d'Aosta ebbe inizio alle ore 06:00, preceduto da due ore di fuoco d'artiglieria, e si sviluppò piuttosto lentamente; le teste di ponte furono consolidate solo nel pomeriggio dopo lunghi combattimenti sul terreno paludoso, grazie anche alla minaccia da nord delle truppe italiane della 10ª Armata. I ponti furono costruiti a Salgareda, dove attraversò dopo alcune difficoltà la brigata Ionio, a Romanziol, dove passò la brigata Ferrara, a San Donà di Piave, dove le brigate Cosenza e Sesia attraversarono su passerelle a valle del ponte ferroviario e liberarono la cittadina. La brigata Granatieri di Sardegna e il reggimento della Marina attraversarono il fiume a Chiesanuova e a Revedoli. Nel pomeriggio gli austro-ungarici incominciarono la ritirata resa difficile dal terreno fangoso ma favorita in parte dalla scarsa pressione degli italiani, che avanzarono con prudenza verso il Livenza[112].</p> <p>La situazione politico-militare dell'esercito e dell'Impero austro-ungarico stava divenendo sempre più confusa. Nella mattinata del 30 ottobre si riunirono a Udine i generali Borojević, Schönburg-Hartenstein e Wurm; si discussero le proposte provenienti dal Comando Supremo di Baden di cessazione del fuoco e di trattative separate di ogni singola armata. Queste ipotesi furono criticate e il generale Borojević decise di rinviare la capitolazione, convinto ancora che la disgregazione dell'Impero fosse evitabile e che l'esercito sarebbe stato essenziale per evitare sviluppi rivoluzionari. Fu anche respinta la proposta del generale Zeidler Daublebsky, della cancelleria dell'imperatore, di consultare le truppe sulle decisioni da prendere. I soldati, stanchi e demoralizzati, si ritiravano disordinatamente mentre correvano voci di rivolte e scontri a Praga, Zagabria, Vienna e Fiume[113]. Nel frattempo proseguiva con difficoltà la ricerca delle trattative da parte della commissione d'armistizio austro-ungarica: dopo il tentativo del capitano von Ruggera, alle ore 17:00 il generale Weber in persona, accompagnato dal colonnello Karl Schneller e dal tenente colonnello Viktor von Seiller, attraversò le linee per presentare la documentazione richiesta dagli italiani e intraprendere colloqui diretti. Alle ore 20:00 il Comando Supremo italiano dispose che i tre ufficiali austriaci fossero per il momento trattenuti ad Avio e che i documenti fossero inoltrati al quartier generale di Abano[114].</p>
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