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Sotto la superficie del Paese scorre un’infrastruttura silenziosa fatta di cavi e interconnessioni che sostiene industrie, servizi pubblici, comunicazioni, ricerca e sicurezza. La mappatura nazionale identifica 219 data center, di cui 13 in costruzione con completamento previsto entro il 2027, tra strutture commerciali, impianti aziendali e centri di calcolo strategici. Nel 2024 la capacità complessiva ha raggiunto i 287 MW (+6% sul 2023). Secondo l’Italian Data Center Association, i nuovi impianti hyperscaler — data center di grandi dimensioni progettati per offrire potenza di calcolo su vasta scala e ottimizzati per cloud, AI e carichi ad alta intensità computazionale — potrebbero portare la potenza installata a 1 GW nel 2028 e a 2 GW nel 2031, pari a un incremento del 600%. Una crescita sostenuta da investimenti stimati in 21,8 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Questa rete poggia su tre assi che si intrecciano: la potenza dell’HPC (ossia la capacità di eseguire trilioni di operazioni al secondo), la scala industriale dei data center commerciali e la connettività globale. A Bologna la Data Valley ospita Leonardo, il supercomputer del CINECA da 250 PetaFLOPS, e il centro meteo ECMWF, progettato per garantire continuità operativa anche in condizioni critiche. Sul fronte privato, Eni guida l’HPC industriale con HPC6, 606 PetaFLOPS, il più potente supercomputer aziendale d’Europa. Milano è oggi il principale polo italiano per gli hyperscaler: strutture come Vantage MXP1 (64 MW) e Aruba IT3 (Rating 4, 45 MW) offrono gli standard necessari per gestire carichi ad alta intensità computazionale, tipici delle applicazioni di Intelligenza Artificiale. TIM Enterprise dispone di un’ampia rete di data center in Italia, con 16 strutture distribuite sul territorio nazionale, otto delle quali di ultima generazione. Sul versante pubblico, il Polo Strategico Nazionale si appoggia a quattro data center Tier IV (massimo standard certificato di affidabilità e resilienza), distribuiti tra Lazio e Lombardia, per garantire sovranità e continuità ai servizi critici dello Stato. In questo ecosistema, la Sicilia — con Open Hub Med/Sicily Hub — rappresenta la porta d’ingresso del Mediterraneo digitale, punto di atterraggio essenziale dei flussi che connettono Europa, Africa e Medio Oriente. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche contribuisce a questo sistema con una rete distribuita di centri di calcolo e data center fondamentali per la ricerca scientifica multidisciplinare. La geografia completa il quadro: oltre 570 cavi sottomarini nel mondo, per 1,5 milioni di chilometri, trasportano il 99% del traffico Internet globale; fino al 95% dei flussi tra Europa, Asia e Africa attraversa il Mediterraneo. La posizione dell’Italia lungo questa dorsale rafforza il suo ruolo di hub dell’Europa del Sud. La capacità dei cavi sottomarini mediterranei è destinata a decuplicare nei prossimi cinque anni, spingendo nuovi poli di connettività: Genova e Palermo sono oggi snodi strategici per sistemi ad altissima capacità come 2Africa, che collega Europa, Africa e Medio Oriente, e BlueMed, la dorsale di Sparkle che unisce l’Italia a Francia, Grecia e ai principali hub regionali. Dall’infrastruttura all’economia, il potenziale dei data center in Italia. Lo studio di TEHA Group C’è un momento in cui un’infrastruttura smette di essere solo tecnica e diventa una leva di trasformazione economica e territoriale. È il punto in cui i numeri iniziano a parlare di scelte, e le scelte di futuro. È in questo spazio che si colloca l’analisi della Community Data Center Italia di TEHA Group, che interpreta lo sviluppo dei data center non come una semplice crescita industriale, ma come un’occasione per ripensare i modelli di crescita economica, l’uso del territorio e il sistema energetico del Paese. L’analisi mette in evidenza come il settore rappresenti una leva economica e industriale di primo piano: colmando il divario con i principali hub europei e rafforzando la capacità di attrarre capitali internazionali, il mercato italiano dei data center potrebbe generare fino a 30 miliardi di euro entro il 2030, con un potenziale di crescita che arriva a 165 miliardi nel decennio successivo. Questa prospettiva si intreccia con una profonda trasformazione territoriale: sono stati individuati 3,7 milioni di metri quadrati di aree industriali dismesse idonee a ospitare nuovi data center, offrendo una leva di rigenerazione senza ulteriore consumo di suolo. Parallelamente, l’adozione delle migliori tecnologie consentirebbe una riduzione delle emissioni stimata in circa 2 milioni di tonnellate di CO? all’anno, l’equivalente di 1,5 milioni di automobili in meno. Guardando al 2040, il consumo elettrico dei data center potrebbe arrivare a rappresentare fino al 10% del totale nazionale.
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