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La bottega svaligiata

📅 2026-07-16 ⏱ 9 min read logistar.it

 

CAPITOLO QUATTRO

 

La bottega svaligiata

 

Marco dormì male e si svegliò presto, come capita quando la testa non ha finito di lavorare mentre il corpo cercava di riposare.

 

Rimase un momento a letto ad ascoltare i rumori della piazza che cominciava — il furgone del pane, i passi affrettati di qualcuno in ritardo, il campanile di Sant'Eufemia che batteva le sette con quella sua imprecisione cronica di tre minuti. Spoleto al mattino aveva un suono diverso dal resto della giornata: più onesto, meno recitato.

 

Scese in bottega in pigiama, come faceva sempre, per controllare che tutto fosse a posto prima di aprire. Cicerone lo seguì con l'aria di chi lo fa per dovere, non per affetto.

 

Si fermò sulla soglia.

 

La porta era socchiusa.

 

Marco non lasciava mai la porta socchiusa. Aveva una memoria quasi ossessiva per i gesti di chiusura — serratura, chiavistello, allarme — una routine che ripeteva ogni sera da quando aveva aperto la bottega, vent'anni prima. Non per paura, ma perché i mobili antichi meritavano la stessa cura che si dava alle persone care.

 

Spinse la porta con la punta delle dita.

 

La bottega era stata rovistata.

 

Non distrutta — questo fu il primo pensiero, quasi di sollievo. Nessun vetro rotto, nessun mobile ribaltato. Ma i cassetti del bancone erano aperti, le scatole degli archivi spostate, i raccoglitori dei documenti di provenienza impilati in modo diverso da come li aveva lasciati. Qualcuno aveva cercato qualcosa con attenzione e metodo, non con la furia del ladro comune.

 

Cicerone si sedette al centro della stanza e fissò il disordine con disappunto sovrano.

 

Marco rimase fermo sulla soglia ancora qualche secondo. Poi entrò, andò diretto al bancone, aprì il cassetto a chiave.

 

Il fazzoletto di seta era ancora lì.

 

Tirò un respiro lungo. Poi tirò fuori il telefono.

 

* * *

 

Elena Marchetti arrivò in venti minuti, in borghese — jeans, maglione grigio, i capelli ancora umidi. Doveva abitare vicino. Marco non glielo chiese.

 

Esaminò la bottega in silenzio, muovendosi con quella sua andatura precisa che non toccava niente senza prima averlo guardato bene. Aprì i cassetti che erano stati aperti, guardò le scatole spostate, si inginocchiò a esaminare la serratura della porta.

 

«Nessun segno di scasso,» disse. «Hanno usato una chiave o uno strumento da professionista.»

 

«O qualcuno che sa aprire le serrature di questo tipo.» Marco si appoggiò al bancone con le braccia conserte. «Non sono serrature moderne. Chiunque abbia un minimo di pratica con i vecchi sistemi...»

 

«Cosa cercavano?»

 

«Quello che avevo trovato nel comò.» Non era una domanda. «Filippo ha capito che avevo visto qualcosa ieri. O lo aveva già capito prima — forse sapeva del cassetto segreto e sperava che non l'avessi aperto. Quando sono uscito con il fazzoletto in mano senza mostrarglielo, ha messo due e due insieme.»

 

Elena annuì lentamente. «Dov'è adesso il materiale?»

 

Marco aprì il cassetto a chiave e tirò fuori il fazzoletto.

 

Elena lo guardò. «L'ha lasciato qui?»

 

«L'ho lasciato nell'unico posto che hanno già cercato.» Le diede il tempo di ragionare. «Se fossi venuto a svaligiare una bottega e non avessi trovato quello che cercavo, la seconda cosa che farei sarebbe cercare dove potrebbe essere nascosto altrove — in casa, in macchina, in cassaforte. Non tornerei a guardare nello stesso cassetto che ho già aperto.»

 

Elena rimase in silenzio un momento. Poi: «Non è una logica sbagliata.»

 

«È la logica dei mobili antichi. Il miglior nascondiglio è quello che sembra già essere stato trovato.»

 

Qualcosa si mosse di nuovo sul viso di lei — quella cosa che non era ancora un sorriso ma ci si avvicinava ogni volta un po' di più.

 

«Devo portare questo in caserma,» disse, indicando il fazzoletto.

 

«Lo so.»

 

«E devo aprire un fascicolo sulla effrazione.»

 

«Lo so anche questo.»

 

«E lei non dovrebbe continuare a indagare per conto suo.»

 

Marco la guardò.

 

«Questo invece non lo so,» disse.

 

Elena sospirò — il sospiro breve, controllato, di chi aveva già deciso ma voleva che l'altro capisse che stava concedendo qualcosa. «Ha qualche idea su chi sia R.?»

 

«Ho un'idea su come scoprirlo.»

 

«Quale?»

 

«La fotografia. L'uomo sul muretto, quello nella camera della contessa.» Marco andò verso la finestra. «La contessa lo teneva in bella vista, non nascosto. Non era un segreto per tutti — solo per i Collalto. Qualcuno in città potrebbe riconoscerlo.»

 

«Sessant'anni fa.»

 

«Settanta, forse. Ma Spoleto è piccola. Le famiglie si ricordano.» Fece una pausa. «Conosce don Armando?»

 

«Il parroco di Sant'Eufemia. Quello del funerale.»

 

«È qui da quarant'anni. Prima di lui c'era don Pietro, che è morto nel novantadue ma ha lasciato diari e registri parrocchiali che risalgono agli anni Trenta.» Marco si girò verso di lei. «Le parrocchie tenevano nota di tutto. Nascite, matrimoni, morti, famiglie. Se R. era di Spoleto o ci ha vissuto, don Armando potrebbe sapere qualcosa.»

 

Elena lo guardò per un momento con quell'espressione che usava quando stava rivalutando qualcosa.

 

«Venga con me in caserma,» disse alla fine. «Fa la sua deposizione per l'effrazione. Poi andiamo da don Armando insieme.»

 

«Insieme?»

 

«Lei conosce le domande giuste da fare. Io ho il distintivo.» Si alzò. «A volte servono entrambe le cose.»

 

* * *

 

La canonica di Sant'Eufemia era un posto che sembrava non aver mai deciso in quale secolo stare: scaffali di libri ammassati senza ordine apparente, una scrivania sommersa di carte, un crocifisso di legno scuro accanto a un poster plastificato del calendario della Serie A 2019. Don Armando aveva settantadue anni, le mani grandi di chi ha sempre lavorato con esse, e gli occhi attenti di chi ha passato quarant'anni ad ascoltare confessioni.

 

Li accolse senza sorpresa, come se stesse aspettando che qualcuno venisse a fargli domande sul funerale della contessa.

 

«Irene,» disse, versando il caffè senza chiedere se lo volevano. «Una donna straordinaria. Portava un peso che nessuno capiva fino in fondo.»

 

«Lo sa qual era questo peso?» chiese Elena.

 

Don Armando posò la caffettiera. Rimase un momento in silenzio, con le mani appoggiate sul tavolo.

 

«In confessione, quello che si dice rimane lì,» disse alla fine. «Ma Irene non mi ha confessato niente di specifico. Mi ha solo detto, qualche mese fa, che aveva tenuto un segreto per troppo tempo e non sapeva più se fosse stato giusto farlo.» Fece una pausa. «Le ho detto che i segreti hanno un peso proporzionale agli anni che ci portiamo sopra. Lei ha risposto che il suo pesava come settant'anni di pietra.»

 

Marco tirò fuori il telefono. Aveva fotografato la piccola fotografia della camera della contessa prima di rimettere tutto nel fazzoletto. La mostrò a don Armando.

 

«Conosce quest'uomo?»

 

Il parroco prese il telefono, avvicinò gli occhiali, guardò a lungo.

 

«No,» disse alla fine. «Non di persona. Ma ho visto questa faccia.»

 

«Dove?»

 

Don Armando si alzò, andò verso uno degli scaffali, cominciò a cercare tra i volumi con la sicurezza di chi conosce il disordine a memoria. Tirò fuori un libro rilegato in tela verde, consumata agli angoli — un registro parrocchiale, dall'aspetto.

 

«Don Pietro era meticoloso,» disse, tornando al tavolo e aprendo il registro. «Annotava tutto. Non solo i sacramenti — anche le famiglie, i nuovi arrivati, chi partiva, chi non tornava.» Sfogliò lentamente fino a una pagina segnata con un foglietto. «Negli anni della guerra annotava con particolare cura. Diceva che qualcuno doveva farlo, se lo Stato non lo faceva.»

 

Posò il registro aperto sul tavolo davanti a loro.

 

La pagina era fitta di una grafia minuta e precisa. In alto, la data: novembre 1943. Sotto, una lista di nomi — famiglie, indirizzi, annotazioni brevi. E accanto a molti nomi, una piccola croce a matita.

 

Marco sentì il freddo di nuovo, lo stesso di ieri nel furgone davanti alla villa.

 

«Le croci,» disse sottovoce.

 

«Quelli che non sono tornati,» disse don Armando. La voce era piana, senza drammatizzazione, il tono di chi ha fatto pace con cose che non si possono cambiare. «Don Pietro li segnava così. Per ricordare. Per non far finta che non fossero mai esistiti.»

 

Marco scorse la lista. Molti dei nomi corrispondevano a quelli del foglio nel fazzoletto.

 

«E R.?» disse Elena. «C'è qualcuno con l'iniziale R. tra i nuovi arrivati di quel periodo?»

 

Don Armando sfogliò ancora qualche pagina. Si fermò.

 

«Rafael,» disse. «Rafael Moreno. Spagnolo, arrivato a Spoleto nel quarantuno con la sorella. Don Pietro annota che lavorava come insegnante di disegno e che parlava l'italiano quasi senza accento.» Alzò gli occhi. «Non c'è una croce accanto al suo nome. Solo una nota: "partito nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 1943. Destinazione ignota."»

 

La stanza rimase in silenzio per un momento.

 

«Partito,» disse Marco. «Non deportato.»

 

«No.» Don Armando chiuse il registro con delicatezza. «Scappato, suppongo. Don Pietro scriveva "partito" quando la partenza era volontaria — o almeno non forzata. Per le deportazioni usava altre parole.»

 

Marco pensò all'ultima lettera. Parto stanotte. Non so se ci rivedremo.

 

Rafael Moreno era scappato. Era riuscito a scappare.

 

«Sa cos'è successo alla sorella?» chiese Elena.

 

Don Armando aprì di nuovo il registro, cercò qualche pagina prima.

 

«Sara Moreno,» lesse. «Una croce accanto al nome. Febbraio 1944.»

 

Il silenzio tornò, più pesante di prima.

 

Marco guardò la fotografia sul suo telefono — quell'uomo sul muretto di pietra, il sorriso aperto, la campagna umbra alle spalle. Rafael Moreno, che aveva amato Irene Collalto e aveva avuto un figlio con lei e era fuggito nella notte mentre sua sorella rimaneva indietro.

 

«Grazie, don Armando,» disse Elena, alzandosi.

 

Il parroco li accompagnò alla porta. Prima che uscissero, posò una mano sul braccio di Marco — un gesto breve, quasi involontario.

 

«Irene mi ha detto un'altra cosa, quell'ultima volta,» disse sottovoce. «Mi ha detto che aveva lasciato qualcosa per qualcuno. Che prima o poi sarebbe venuto a cercarlo.»

 

Marco lo guardò.

 

«Ha detto chi?»

 

«No.» Don Armando scosse la testa. «Solo che era tempo.»

 

* * *

 

Fuori, la luce di mezzogiorno era bianca e piatta, il tipo di luce che non fa ombre e rende tutto uguale.

 

Camminarono in silenzio per qualche passo, Elena con le mani in tasca, Marco con gli occhi sul selciato.

 

«Rafael Moreno è scappato nel quarantatré,» disse alla fine Marco. «Se è sopravvissuto alla guerra, potrebbe aver avuto figli. Nipoti.»

 

«Il figlio segreto della contessa,» disse Elena.

 

«Che potrebbe non sapere niente della sua origine. O potrebbe sapere tutto.» Marco si fermò. «"Prima o poi sarebbe venuto a cercarlo." La contessa aspettava qualcuno, Elena.»

 

Era la prima volta che usava il suo nome. Lo notò solo dopo averlo detto.

 

Elena non commentò. Ma non lo corresse.

 

«Lunedì si apre il testamento,» disse invece. «Scommetto che dentro c'è un nome che non aspettiamo.»

 

«E nel frattempo?»

 

Elena si girò verso di lui. Aveva quell'espressione di chi ha già deciso ma vuole sentire se l'altro arriva alla stessa conclusione da solo.

 

«Nel frattempo,» disse, «qualcuno ha svaligiato la sua bottega. E Filippo Collalto ha un appuntamento con il notaio stamattina alle undici.» Guardò l'orologio. «Sono le dieci e quaranta.»

 

Marco seguì il suo sguardo.

 

«Lo studio del notaio Fabbri è in Via Brignone,» disse.

 

«A quattro minuti da qui.»

 

«Se andiamo adesso...»

 

«Potremmo essere lì quando esce.»

 

Si guardarono per un momento — due persone che stavano facendo la stessa cosa senza ammetterlo, per ragioni che non erano ancora del tutto chiare a nessuno dei due.

 

«Andiamo,» disse Marco.

 

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Fine del Capitolo Quattro