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# Prologo – Il bisogno fisiologico
Avete mai provato a stare un giorno intero senza criticare? No, dico davvero, avete mai provato? Io ci ho provato. Una volta. Un martedì di maggio, mi ricordo, perché era il giorno in cui avevo deciso di diventare una persona migliore. Sveglia alle sette, caffè, doccia, sorriso. "Oggi non critico nessuno", mi sono detto. "Oggi sono zen. Oggi sono il Dalai Lama di Quarto Oggiaro."
Sono durato fino alle 7:42.
Alle 7:42 ero in macchina, fermo al semaforo di via Ripamonti, e davanti a me c'era un tizio in una Panda che non partiva. Non partiva. Verde. Rosso. Verde. Rosso. E lui lì, fermo, a girarsi le mani, a guardare il cruscotto come se aspettasse che la macchina si riparasse da sola per miracolo divino. E io, dal mio abitacolo, ho sentito salire una cosa dal profondo. Non rabbia. Non frustrazione. Qualcosa di più antico. Qualcosa di più viscerale. Una voce interna che diceva: *ma guarda questo.* E poi: *ma ti rendi conto?* E poi, inevitabilmente: *ma come si fa?*
Ecco. L'ho detto. E mi sono sentito meglio. Molto meglio. Come dopo un rutto liberatorio a fine cena. Come dopo una bestemmia in autostrada. Come dopo aver scoperto che il vicino di casa ha preso la multa per il parcheggio in doppia fila, quello stesso parcheggio che lui difendeva come "una questione di principio". La critica, cari miei, è una scarica di endorfine. È la cocaina dei poveri. È il Prozac che non serve prescriverlo perché ce l'abbiamo già in dotazione dalla nascita, nel pacchetto base dell'essere italiani.
Ma partiamo dall'inizio. Perché se vogliamo capire davvero cosa stiamo facendo qui, dobbiamo tornare al bar. Perché tutto comincia al bar. Sempre. Il bar è il nostro laboratorio, il nostro osservatorio, il nostro confessionale laico. E io, che sono un uomo di bar, un uomo di bancone, un uomo di caffè macchiato e cornetto alla crema, un giorno ho avuto la rivelazione.
Ero lì, appoggiato al bancone di formica verde, quello con l'angolo consumato dove tutti appoggiano il gomito, e stavo aspettando il mio caffè. Il barista, un ragazzo giovane con la barba curata e l'aria di chi ha studiato comunicazione e poi è finito a fare il barista perché il mercato del lavoro è quello che è, mi mette la tazzina davanti. Io la guardo. La annuso. La giro tra le dita. E poi, senza nemmeno pensarci, senza alcuna intenzione malevola, dico:
«Eh, ma è un po' amaro oggi.»
Il barista mi guarda. Io lo guardo. Il tizio accanto a me, un signore sui sessantacinque con la camicia a quadri e l'aria di chi ha visto tutto e non si stupisce più di niente, si gira verso di me e dice:
«Eh, ma una volta il caffè era un'altra cosa.»
Boom. È successo lì. In quel preciso istante. Non sul monte Sinai, non sotto l'albero della bodhi, non sulla via di Damasco. Al bar, alle otto e dieci di mattina, davanti a una tazzina di porcellana scheggiata e a un signore che non avevo mai visto prima e che probabilmente non avrei mai più rivisto. Ho capito tutto. Ho capito che quello che stavo guardando non era un uomo che si lamentava del caffè. Era un uomo che *esisteva* attraverso la lamentela. Il caffè era solo il pretesto. Il vero argomento era il mondo intero, il tempo che passa, la gioventù perduta, i politici ladri, i treni in ritardo, i figli che non chiamano, la pensione che non basta, il caldo che non si sopporta più, il freddo che non si sopportava una volta, e — perché no — anche il caffè, già che c'eravamo.
Ho capito che senza critica l'italiano non vive. Non nel senso metaforico, non nel senso che "si deprime" o "si annoia". Nel senso che si *spegne*. Come un motore senza olio, come una lampadina senza corrente, come un telegiornale senza scandali. La critica non è un vizio, non è un difetto caratteriale, non è quella cosa che i parenti del Nord ti fanno notare con aria di superiorità quando dici che il treno è in ritardo di sette minuti. No. La critica è un istinto primario. È biologia. È fisiologia. È quel groppo alla gola che devi far uscire, quel prurito alla lingua che non puoi grattare in altro modo, quella pressione interiore che se non trovasse sfogo ti farebbe esplodere come una pentola a pressione dimenticata sul fuoco.
Pensateci. Quando nascete, qual è la prima cosa che fate? Piangete. E che cos'è il pianto, se non la prima forma di critica? Il mondo vi viene presentato così com'è — freddo, luminoso, rumoroso, pieno di gente che vi passa di mano in mano come un pacchetto — e voi, istintivamente, senza che nessuno ve l'abbia insegnato, esprimete il vostro parere. *No, non mi piace. Non sono d'accordo. Riportatemi dentro.* È critica pura, incontaminata, prelinguistica. Il neonato è il critico più onesto che esista. Poi cresciamo e impariamo a edulcorare, a mascherare, a dire "mah, non saprei" quando in realtà vorremmo urlare "fa schifo". Ma l'istinto resta. E prima o poi riemerge. Al bar, appunto. O in autostrada, dove la bestemmia è la forma più rapida ed efficace di critica alla viabilità nazionale.
Perché la bestemmia, sia chiaro, è critica anche lei. È critica teologica, critica esistenziale, critica al piano divino che ha previsto che tu debba stare fermo in coda sulla A4 per tre ore mentre fuori ci sono trentotto gradi e l'aria condizionata è rotta. È una critica che non ammette replica, che non ha bisogno di argomentazioni, che esprime in una sola parola tutta la frustrazione di un popolo che ha capito da secoli che il mondo è mal progettato e che l'unico modo per andare avanti è dirlo, forte, possibilmente con la finestra abbassata.
Ma torniamo al bar. Perché il bar è il tempio. Il bar è la chiesa laica dove si celebra il rito quotidiano della critica collettiva. Non il bar di tendenza, con i tavolini di design e il wifi veloce, no. Il bar vero, quello con il bancone di metallo, le tovagliette di carta, il televisore sintonizzato su un canale che nessuno guarda ma che tutti commentano. Lì dentro, ogni mattina, si riunisce una comunità di fedeli che non prega, ma mugugna. E il mugugno, ve lo dico io, è la preghiera degli italiani. È il rosario laico che si sgrana tra un caffè e un bicchiere d'acqua, tra un cornetto e una sigaretta, tra un "hai visto ieri sera?" e un "ma ti rendi conto?".
Il bello è che nessuno di questi fedeli ha mai letto un libro di sociologia, eppure tutti sanno esattamente come funziona. Sanno che la critica va dosata, che va distribuita con equità, che va indirizzata verso i bersagli giusti nei momenti giusti. Sanno che c'è un tempo per criticare il governo e un tempo per criticare la squadra, un tempo per criticare il vicino di casa e un tempo per criticare il parente che non si vede mai. Sanno che la critica è un linguaggio, una grammatica, una sintassi. E sanno, soprattutto, che chi non critica è sospetto. Chi non critica è uno che "se la ride", uno che "fa il diplomatico", uno che "chissà cosa ha da nascondere". Perché in un paese dove tutti criticano tutti, l'unico vero traditore è chi tace. Il silenzio, in Italia, non è d'oro. È un'accusa.
E allora eccoci qui. Io, Bepi Sotutto, seduto al mio tavolino di osteria filosofica, con un bicchiere di rosso che — manco a dirlo — è troppo tannico, troppo giovane, troppo caldo, e una penna in mano. Ho deciso di scrivere questo libro perché ho capito che la critica, in Italia, è l'unica cosa che ci tiene insieme. È il nostro collante sociale, la nostra religione di Stato, il nostro sport nazionale. Non il calcio, no. Il calcio è solo una delle tante manifestazioni. La critica è il fenomeno totipotente, la matrice di tutto. Critichiamo il calcio, la politica, la scuola, la sanità, i trasporti, il tempo, i giovani, i vecchi, i ricchi, i poveri, noi stessi. Critichiamo chi critica troppo e chi critica troppo poco. Critichiamo la critica, se necessario. Siamo un popolo di critici, e non ce ne rendiamo nemmeno conto.
Questo libro non è un saggio. Non è un trattato. Non è un manifesto. È un manuale di sopravvivenza spirituale per chi, come me, non riesce a vivere senza trovare il difetto in ogni cosa. È un'ode al mugugno, un inno alla lamentela, una celebrazione dell'arte più antica e più praticata del nostro paese. È, se vogliamo, un atto d'amore. Perché amare l'Italia significa accettarla per quello che è: un paese dove niente funziona, ma dove tutti sanno esattamente perché non funziona, come andrebbe aggiustato, chi è il colpevole, e — soprattutto — come si sarebbe potuto fare meglio. Basta chiedere. Basta sedersi al bar. Basta aspettare che qualcuno dica: «Eh, ma una volta...»
E il resto viene da sé.
Benvenuti nel manuale. Benvenuti nella critica. Benvenuti a casa.
*Criticare necesse est. Vivere non necesse.*