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Capitolo 1: Criticare Necesse Est

📅 2026-10-02 ⏱ 4 min read logistar.it

Capitolo 1: Criticare Necesse Est

L'italiano criticante: una specie a sé

Nessuno, che io sappia, ha mai studiato seriamente l'italiano davanti a un cantiere.

Eppure eccolo lì: le mani dietro la schiena, il busto leggermente inclinato in avanti, lo sguardo di chi sta ispezionando un'opera che non ha commissionato, non pagherà e non userà mai. Sta criticando. Non ha studiato ingegneria, non ha letto il progetto, non sa nemmeno cosa stiano costruendo. Ma sa che si sta facendo male, che ai suoi tempi si faceva meglio e che «tanto qui finisce come sempre».

Questa figura ha tratti inconfondibili, e chi li possiede li riconosce a colpo d'occhio negli altri, come i massoni col grembiule. Il criticante italiano è dotato di:

un'opinione su tutto, formata in tempo reale e senza bisogno di istruttoria;

un'autorità che non ha mai dovuto dimostrare, perché nessuno gliela contesta: sono tutti troppo impegnati a rivendicare la propria;

una memoria selettiva prodigiosa, che conserva con cura ogni disservizio subito dal 1987 in poi e dimentica tutto ciò che ha funzionato.

Non ha età, non ha ceto. Lo trovate nel professore e nell'idraulico, nel ministro e nel cameriere. Cambiano gli argomenti, non la postura.

La fatica di avere ragione

Ora, qualcuno dirà: ma perché? Perché un popolo intero dedica le proprie energie migliori a dire che le cose non vanno?

La risposta è di una semplicità imbarazzante: perché è l'unico modo per sentirsi superiori senza fare fatica.

Pensateci. Per essere davvero migliori di qualcuno bisogna fare qualcosa. Studiare, lavorare, costruire, rischiare, sbagliare, ricominciare. Un'impresa estenuante, con esiti incerti e nessuna garanzia di applausi. Per sentirsi migliori di qualcuno basta invece trovare quello che ha sbagliato lui. E in Italia, che è un paese dove tutti fanno qualcosa, gli errori altrui sono una risorsa rinnovabile, disponibile a ogni ora, gratuita.

È la più straordinaria scorciatoia morale mai inventata. Non devi sapere come si fa: ti basta sapere come non si fa. Non devi avere una soluzione: ti basta avere un sopracciglio. Quando l'alzi, il mondo si divide in due, da una parte chi agisce e sbaglia, dall'altra tu, che osservi e hai ragione.

E la parte migliore è che l'osservatore non sbaglia mai. Chi non fa, non falla. È una legge quasi fisica: l'immobilità è l'unica condizione in cui si possiede un curriculum senza errori.

L'autostima a costo zero

Gli economisti ci spiegano che ogni bene ha un prezzo. Le eccezioni sono due: l'aria e la critica.

Confrontiamo. Migliorare la propria autostima con metodi tradizionali richiede tempo e denaro: un corso, una palestra, uno psicologo, un master, un viaggio in India. Risultati dopo mesi, forse. La critica agisce in trenta secondi. Basta aprire bocca davanti a qualsiasi cosa, un film, un ristorante, un vicino, un ministero, e il fenomeno si produce: il petto si gonfia, la schiena si raddrizza, il mondo torna al suo posto. E al centro del mondo, non a caso, ci siete voi.

Non occorrono strumenti. Non ci sono controindicazioni immediate. Non serve nemmeno un pubblico: il criticante di razza sa lavorare da solo, in macchina, alla radio, davanti al telegiornale, contro un elettrodomestico. Ma dà il meglio in compagnia, perché la critica condivisa si moltiplica. Se dico che il caffè è tiepido e tu annuisci, non abbiamo più una lamentela: abbiamo un'alleanza. Un popolo è fatto così. Non si tiene insieme con la Costituzione o con l'inno, che pochi sanno oltre la prima strofa. Si tiene insieme con un «ma hai visto?» pronunciato al momento giusto.

Il dovere

Arrivo quindi al punto, e lo dico con la gravità che merita.

Criticare non è una libertà. Le libertà uno può anche lasciarle nel cassetto, come il passaporto. La critica in Italia è un obbligo sociale, implicito e rigidissimo, e chi se ne sottrae viene guardato con un misto di sospetto e di pena.

Provate a dire, a un pranzo di famiglia, che il ristorante era buono, il servizio puntuale e il conto onesto. Vedrete calare un silenzio di cui ricorderete il sapore. Qualcuno vi chiederà se vi hanno pagato. Un altro sussurrerà che «si vede che non siete di qui». Uno zio, più sincero, vi domanderà se state bene.

Non si è mai visto un italiano ringraziato per aver detto che andava tutto bene. Si è visto, invece, mille volte, un italiano ringraziato per aver detto che andava tutto male, specie se con una buona battuta in chiusura. La critica paga. In stima, in ascolto, in sorrisi complici. Il resto del mondo lo chiama pessimismo. Noi lo chiamiamo realismo, e ci sentiamo pure modesti.

Il conto, di notte

Fin qui tutto bene, tutto ridere. Ma una parola di onestà, prima di andare avanti, la devo a chi ha avuto la pazienza di arrivare a questo punto.

Questa scorciatoia ha un prezzo, e non è quello che pensate. Chi alza il sopracciglio per una vita intera finisce per avere dei sopraccigli bellissimi e nient'altro. Il giudizio diventa un'abitudine, poi un'identità, poi l'unico modo che conosciamo di stare al mondo. E quando provi a ricordare l'ultima volta che hai costruito qualcosa, invece di smontarlo, ti accorgi che la lista è più breve di quanto speravi.

Ma di questo parleremo più avanti. C'è un capitolo apposta, e ci arriveremo con calma, perché certi conti è meglio presentarli dopo cena.

Per ora, accomodatevi. Il caffè è tiepido, il servizio è quello che è, e avete tutto il diritto, anzi il dovere, di dirlo.

Cominciamo.