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Capitolo 15: «Ai Miei Tempi»: la Critica tra Generazioni

📅 2026-10-02 ⏱ 5 min read logistar.it
# Capitolo 15: «Ai Miei Tempi»: la Critica tra Generazioni **La frase che non invecchia** Esiste una frase che attraversa i secoli senza perdere un colpo. Si dice che l'abbia pronunciata già qualche vecchio egizio, guardando i giovani costruire male le piramidi. Noi la pronunciamo con la stessa convinzione, e con lo stesso risultato: **«Ai miei tempi era diverso.»** Diverso come? Migliore, naturalmente. Ai suoi tempi si lavorava, si rispettavano gli anziani, si usciva di casa senza avvisare e si tornava vivi. Ai suoi tempi i giovani avevano valori, i telefoni stavano attaccati al muro e la gente, per sapere cosa succedeva nel mondo, doveva aspettare il telegiornale e fidarsi. Il bello è che **nessuno si accorge del meccanismo**. Chi dice «ai miei tempi» non si ricorda di averlo sentito dire dal proprio padre, a proposito dei propri anni. E ogni generazione, giunta a una certa età, riceve in dotazione la stessa frase, come il cappotto e la pressione alta. **I tempi di chi parla** Il mistero più affascinante è: quali sono, esattamente, «i miei tempi»? Non sono mai quelli in cui si è nati, né quelli in cui si è invecchiati. Sono quelli in cui avevamo **venti, venticinque anni**. Un'epoca breve, ma densissima, in cui tutto aveva un sapore, la musica era più bella, le serate più lunghe e i problemi, per quanto gravi, si risolvevano con una telefonata o un giro in motorino. Chi ha vent'anni oggi, tra quaranta, parlerà con lo stesso rimpianto di *questi* anni: dei messaggi vocali, degli aperitivi, dell'ansia da scadenza. E dirà ai nipoti che «ai miei tempi, almeno, ci si vedeva di persona». I nipoti alzeranno gli occhi al cielo. Il ciclo, come si vede, è perfetto. **Il repertorio dei vecchi** Il critico anziano ha un arsenale di formule collaudate, tramandato di padre in figlio. **«Voi giovani non avete voglia di lavorare.»** La classica. Pronunciata da chi, a vent'anni, lavorava in effetti molto, ma anche con una serie di condizioni che non gli piacevano e non lo ricorda. In compenso ricorda perfettamente che lui, a quell'età, non si lamentava mai, il che è falso, ma si è dimenticato di essersi lamentato. **«Non c'è più rispetto.»** Per chi, per cosa e da quando, non si specifica. Il rispetto, come il calcio di una volta, è un bene che esisteva in tempi remoti e poi, misteriosamente, è andato perduto. **«Voi avete tutto.»** Detta con una nota di sconcerto, guardando il telefono. Il giovane non ha tutto: ha un affitto che costa metà dello stipendio e un contratto di sei mesi. Ma il vecchio guarda lo schermo, vede un oggetto che a lui sarebbe parso fantascienza, e conclude che il benessere sia ormai illimitato. **«Ai miei tempi si faceva la gavetta.»** Con tono nobile, come se il ruolo del praticante sottopagato fosse un'esperienza formativa che oggi è stata crudelmente abolita. La gavetta, sia detto, esiste ancora. Sono cambiati solo i nomi: *stage*, *tirocinio*, *opportunità di crescita*. **Il repertorio dei giovani** I giovani, naturalmente, non stanno zitti. Hanno un loro vocabolario, e lo usano con la stessa convinzione. **«Boomer.»** Una parola sola, che sistema tutto. Chi la pronuncia ha capito l'argomento prima ancora che l'altro lo esponga, ed è liberato dal dovere di ascoltare. **«Voi ci avete rovinato.»** Frase pesante, in parte fondata. Le generazioni precedenti hanno lasciato debiti, inquinamento e un mercato del lavoro che sembra un labirinto. Ma detta così, in blocco, lascia fuori il vecchio che ha lavorato quarant'anni, ha cresciuto tre figli e ha pagato l'università al più piccolo con la tredicesima. **«Non capite niente di tecnologia.»** Vera, a volte. Ma sentita da un ragazzo che non sa cambiare una lampadina, ha un sapore ironico. **«Una volta si stava meglio» (detto di una volta di cui non hanno memoria).** Il fenomeno più curioso: **la nostalgia per un'epoca mai vissuta**. Un ventenne che rimpiange gli anni Novanta, con una devozione che i nonni riservano ai Beatles. Ha capito che il passato conveniva, e comincia a rimpiangerlo prima di avere la possibilità di rimpiangere il proprio. **Il Natale, o il campo neutro** Le due specie non si incontrano mai, se non una volta all'anno: al pranzo di Natale. È qui che si svolge, tra panettone e mandarini, la grande conferenza di pace tra le generazioni. Il protocollo è rigido. I vecchi fanno una domanda sul lavoro, i giovani rispondono con tre parole. I vecchi commentano che «ai miei tempi ci si sistemava subito». I giovani sorridono con una pazienza simile a quella di un ostaggio in attesa del riscatto. Qualcuno tira fuori il tema della politica, e a quel punto, in un paio di battute, tutti hanno già preso posizione, tutti hanno già ritirato le loro posizioni e tutti hanno chiesto a qualcuno di passare il vino. La cosa curiosa è che **nessuno dei due vuole davvero vincere**. Vogliono, in fondo, essere riconosciuti. Il vecchio vuole che la sua fatica venga vista. Il giovane vuole che la sua difficoltà venga creduta. Non si dicono, e così continuano a parlare di nulla, fino al caffè, con un affetto sincero e una comprensione totale e impossibile. **La grande ironia** C'è un punto, in questo scontro, che sfugge a entrambi: **tutti sono stati, o saranno, il bersaglio dell'altro**. Il vecchio è stato giovane, e ha sentito dire dal proprio padre le stesse cose che dice oggi. Il giovane diventerà vecchio, e si scoprirà a pronunciare, con la voce del padre, frasi che aveva giurato di non dire mai. Nessuno, in questo gioco, ha un ruolo permanente. È una staffetta, e il testimone è fatto di lamentele. E la cosa più strana è che **a ogni generazione le cose, in effetti, cambiano davvero**. Alcune migliorano, altre peggiorano, e la discussione, a ben guardare, sarebbe interessante: cosa abbiamo guadagnato, cosa abbiamo perso, cosa si può ancora salvare. Ma per farla bisognerebbe smettere di giocare le parti, e sedersi uno accanto all'altro. **Il conto, in cucina** Una parola, prima di sparecchiare. Capita, ogni tanto, un momento diverso. Un nipote chiede al nonno com'era davvero la vita a quei tempi, e non per educazione, ma perché gli interessa. Il nonno si ferma, sorpreso, e comincia a raccontare. Non le lamentele: le storie. La paura, il primo stipendio, la bicicletta, il ragazzo che l'aveva fatto ridere. Il nipote ascolta e scopre che quel vecchio ha avuto vent'anni, e che li aveva vissuti con un'intensità simile alla sua. Poi è il nonno che chiede: «E tu, com'è per voi?» E il nipote, esitando, comincia a dirglielo. I dubbi, la fatica, il lavoro che non arriva, la sensazione di essere arrivati in ritardo a una festa già finita. Non risolvono niente. Il mondo, il lunedì, è lo stesso. Ma per un'ora, in una cucina, **le due generazioni hanno smesso di criticarsi per cominciare ad ascoltarsi**. Poi qualcuno entra e dice che il caffè è pronto. «Ai miei tempi», comincia il nonno. Il nipote sorride, e lo lascia finire. --- Ho caricaturato **frasi e comportamenti** di entrambe le generazioni senza prendere le parti di nessuna: il capitolo punzecchia vecchi e giovani in modo equo. Richiama il cap. 9 (il «calcio di una volta»), il cap. 14 (Sanremo e la nostalgia) e chiude sul tono affettuoso come gli altri. Restano da scrivere: **17 (Italiano all'estero)**, **18 (Complottista)**, **21 (Meta-critica)**, **22 (Predicatori del positivo)**. Quale vuoi adesso?