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L'ora di Elena

📅 2026-07-16 ⏱ 7 min lectura logistar.it

 

CAPITOLO TRE

 

L'ora di Elena

 

Marco tornò in bottega con il fazzoletto di seta chiuso nella tasca della giacca. Non lo aveva ancora appoggiato da nessuna parte — certi oggetti hanno bisogno di un posto fermo prima di essere guardati davvero.

 

Cicerone lo accolse con la sua indifferenza consueta: aprì un occhio, lo valutò, concluse che non portava niente di interessante e tornò a dormire. Marco si preparò un caffè, lo bevve in piedi davanti alla vetrina, guardando la piazza senza vederla.

 

Pensava a Filippo sulla soglia di quella stanza. Agli occhi che lo avevano fissato mentre scendeva le scale — non ostili, non spaventati. Calcolatori. Il tipo di sguardo di chi sta cercando di capire quanto l'altro ha visto.

 

La risposta era: tutto. Ma Filippo non poteva saperlo ancora.

 

Il telefono squillò quarantadue minuti dopo la chiamata. Marco lo guardò un secondo prima di rispondere.

 

«Sereni.»

 

«Marchetti.» Una pausa breve. «Non esiste nessuna procura notarile intestata a Filippo Collalto. Ho controllato con il notaio Fabbri — è lui che gestisce gli affari della famiglia da vent'anni. Il testamento della contessa sarà pubblicato lunedì prossimo. Fino ad allora, i beni sono bloccati.»

 

Marco rimase in silenzio un momento.

 

«Quindi Filippo non ha nessun titolo legale per vendere quei mobili.»

 

«Nessuno.»

 

«E lei lo sa.»

 

«Lo so adesso.» Una pausa più lunga. «Sereni, cos'ha trovato in quella villa?»

 

Marco guardò il fazzoletto che aveva posato sul bancone.

 

«Non al telefono,» disse. «Quando finisce il turno?»

 

Silenzio. Stava valutando se offendersi o meno.

 

«Alle sette,» disse alla fine.

 

«Conosce l'Osteria del Ponte?»

 

«Tutti conoscono l'Osteria del Ponte.»

 

«Alle sette e mezza, allora. Porto quello che ho trovato.»

 

Riattaccò prima che lei potesse rispondere. Poi rimase un momento con il telefono in mano, chiedendosi se fosse stata una buona idea.

 

Cicerone aprì entrambi gli occhi questa volta, e lo fissò con quella particolare espressione dei gatti che sembra dire: già lo sai che è una pessima idea.

 

«Non chiedere a me,» disse Marco, e andò a mettere il fazzoletto nel cassetto del bancone a chiave.

 

* * *

 

Le tre lettere erano scritte dalla stessa mano — quella grafia densa e inclinata, l'inchiostro blu grigio che il tempo aveva sbiadito senza cancellare. Marco le lesse nell'ordine in cui le aveva trovate, seduto al bancone con la luce della lampada da lavoro puntata sul foglio.

 

La prima era quella che aveva già letto in macchina, davanti alla villa. Breve, urgente, il tono di chi ha aspettato troppo e non riesce più a trattenersi.

 

La seconda era diversa — più lunga, più controllata, scritta da qualcuno che aveva avuto il tempo di riflettere prima di mettere la penna sulla carta.

 

Irene, tuo marito sa. Non so come, ma sa. Ieri sera è venuto da me — non per parlare, per avvisarmi. Ha detto che se mi rivedo ancora con te, o se faccio sapere in giro quello che so sulla lista, si occuperà lui di far sapere alle autorità dove mi trovo. Devi capire cosa significa. Per me, per mia sorella, per tutti quelli che ancora non sono stati presi. Ti prego, brucia queste lettere. Non tenerle. Non tenerle mai.

 

R.

 

Marco rimase fermo sulla sedia.

 

La lista. «Quello che so sulla lista.»

 

Quindi R. sapeva dell'esistenza della lista. Forse l'aveva vista. Forse era stato il conte Collalto a mostrarla — o a usarla come minaccia.

 

Aprì la terza lettera. Era la più corta di tutte — quattro righe, la grafia meno controllata, come se la mano tremasse mentre scriveva.

 

Irene. Parto stanotte. Non so se ci rivedremo. Il bambino ha i miei occhi — te lo dico adesso che posso ancora dirtelo. Tienilo al sicuro. E tieni la lista. Un giorno servirà a qualcuno.

 

R.

 

Marco rimase a lungo con quella lettera in mano.

 

"Tieni la lista. Un giorno servirà a qualcuno."

 

La contessa le aveva tenute. Per ottant'anni, aveva tenuto quelle lettere e quella lista chiuse in un cassetto segreto. Le aveva tenute sapendo cosa contenevano. Sapendo cosa aveva fatto suo marito.

 

E alla fine, qualcuno aveva capito che erano lì.

 

Marco piegò le lettere con cura, le rimise nel fazzoletto insieme alla fotografia e alla lista, e chiuse tutto nel cassetto del bancone a chiave.

 

Poi rimase seduto in silenzio, con la lampada accesa e Cicerone che dormiva, e pensò a una donna di ottantanove anni che aveva portato quel peso per tutta la vita senza mai trovare il modo di posarlo.

 

* * *

 

L'Osteria del Ponte era stretta e bassa, con i soffitti a volta in mattoni e i tavoli coperti di tovaglie a quadri bianchi e rossi che nessuno aveva mai cambiato da quando Marco ci andava. Sergio, il titolare, gli portò il vino senza che lo chiedesse — un Sagrantino di Montefalco, il solito — e non fece domande sulla seconda persona che stava aspettando.

 

Elena Marchetti arrivò alle sette e trentadue, ancora in uniforme. Si sedette di fronte a Marco, ignorò il menu che Sergio le porse, e posò le mani sul tavolo con la pazienza di chi ha imparato ad aspettare ma non ama farlo.

 

«Allora,» disse.

 

Marco aprì la borsa di tela che aveva portato e tirò fuori il fazzoletto. Lo aprì sul tavolo tra loro, con cura, come si apre qualcosa di fragile.

 

Elena guardò le lettere, la fotografia, la lista. Non toccò niente. Lesse la lista dall'alto in basso, lentamente, e il suo viso non cambiò espressione — ma le mani, che erano rimaste ferme sul tavolo, si chiusero impercettibilmente.

 

«Li ha letti tutti?» disse alla fine.

 

«Sì.»

 

«E ha capito cos'è questa lista.»

 

«Sì.»

 

Sergio arrivò con due piatti di crostini che nessuno aveva ordinato. Elena aspettò che si allontanasse.

 

«Dove l'ha trovata?»

 

«Cassetto segreto nel comò. Doppio fondo, sul retro del vano del cassetto inferiore.» Marco bevve un sorso di vino. «Filippo Collalto mi aveva chiamato per una stima dei mobili di famiglia. Stavo esaminando il comò — è di routine, apro tutti i cassetti, verifico gli interni. Ho sentito la resistenza e ho trovato il vano.»

 

«Filippo era presente?»

 

«Mi seguiva a distanza. Quando è salito al primo piano, avevo già rimesso tutto a posto.» Una pausa. «Ma mi ha guardato scendere le scale in un modo che non mi è piaciuto. Stava cercando di capire se avevo visto qualcosa.»

 

«Forse sa del cassetto,» disse Elena.

 

«O sospetta che la nonna nascondesse qualcosa in quel mobile. Basta che gliel'abbia detto lei stessa, verso la fine, o che abbia trovato qualcosa tra le sue carte.» Marco posò il bicchiere. «In ogni caso, vuole vendere i mobili entro venerdì — prima che il notaio faccia l'inventario ufficiale. Senza una procura, non ha nessun titolo per farlo.»

 

Elena annuì lentamente. «Venti famiglie,» disse sottovoce, guardando la lista.

 

«Quasi certamente deportate. Le date corrispondono alle razzie del '43 e '44 in Umbria.» Marco esitò. «La seconda lettera dice che il conte Collalto usava la lista come minaccia. L'aveva compilata lui — e l'aveva usata per fare del male a persone reali.»

 

Elena rimase in silenzio per un lungo momento.

 

«Questo cambia le cose,» disse alla fine.

 

«In che senso?»

 

«In tutti i sensi.» Si raddrizzò sulla sedia. «Quello che sta facendo Filippo — cercare di vendere beni senza titolo, far sparire mobili prima dell'inventario — non è ancora un reato grave. Ma se dietro c'è la volontà di nascondere documenti con rilevanza storica e legale...» Si interruppe. «Ha intenzione di restituire il comò per la stima?»

 

«Dipende da cosa succede lunedì, quando si apre il testamento.» Fece una pausa. «E da chi è R.»

 

Elena abbassò gli occhi sulla fotografia — l'uomo sul muretto di pietra, il sorriso di chi non sa di essere guardato.

 

«Ha qualche idea?»

 

«Una iniziale e una faccia. Non è molto.» Marco ripiegò il fazzoletto con cura. «Ma la contessa ha tenuto quella fotografia sul cassettone per tutta la vita, insieme alle foto di famiglia. Non era nessuno di poco conto per lei.»

 

Sergio tornò con i primi piatti. Questa volta nessuno dei due protestò.

 

Mangiarono per qualche minuto in silenzio — il tipo di silenzio che non è imbarazzo ma riflessione condivisa.

 

Fu Elena a parlare per prima.

 

«Filippo Collalto ha un appuntamento con il notaio Fabbri domani mattina alle undici,» disse, come se stesse riferendo il tempo. «Ho controllato.»

 

«E lei come lo sa?»

 

«Perché ho chiamato lo studio del notaio Fabbri questo pomeriggio e ho chiesto.» Lo guardò. «A volte basta chiedere.»

 

Marco quasi sorrise.

 

«Cosa farà?»

 

«Per ora, niente di ufficiale. Non ho ancora abbastanza.» Elena posò la forchetta. «Ma vorrei sapere cosa c'è scritto in quel testamento lunedì. E vorrei sapere chi è R. prima che Filippo capisca che il comò è già stato aperto.»

 

«Quanto tempo abbiamo?»

 

«Dipende da quanto è sveglio.» Una pausa. «E da quanto lo è lei.»

 

Marco la guardò. Era la prima cosa che aveva detto quella sera che non fosse perfettamente controllata.

 

«Abbastanza,» disse.

 

Elena prese il bicchiere di vino — il primo sorso di tutta la serata — e lo bevve senza commentare.

 

Fuori, Spoleto faceva le cose che fanno le piccole città la sera: si chiudeva su se stessa, abbassava le voci, cominciava a dormire. E da qualche parte in quella città, in una villa tra i cipressi, Filippo Collalto non sapeva ancora che il cassetto era stato aperto.

 

Per ora, era un vantaggio.

 

Marco sapeva per esperienza che i vantaggi, in queste storie, durano poco.

 

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Fine del Capitolo Tr