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La calligrafia

📅 2026-07-16 ⏱ 13 min lectura logistar.it

 

CAPITOLO OTTO

 

La calligrafia

 

L'appartamento di Elena era esattamente come Marco aveva immaginato: preciso, essenziale, con le stampe al muro tutte in fila e i libri ordinati per altezza. Niente di superfluo, niente di casuale. Un posto che raccontava di qualcuno abituato a muoversi e quindi abituato a non attaccarsi alle cose.

 

Aveva cucinato pasta al ragù — «l'unica cosa che so fare bene», disse, con una semplicità che non cercava complimenti. Marco disse che era ottima, e lo pensava davvero.

 

Mangiarono parlando del caso, come era inevitabile, ma con quella cadenza diversa che hanno le conversazioni a tavola — meno urgente, più disposta a fermarsi sui dettagli, a tornare indietro, a fare domande che di giorno sembrerebbero inutili.

 

«Il numero prepagato,» disse Marco, verso la fine del secondo piatto. «Filippo lo chiamava, o era lui che chiamava Filippo?»

 

Elena posò la forchetta. «Entrambe le cose. C'era uno scambio — Filippo chiamava, l'altro rispondeva, poi richiamava. Una conversazione in più parti, distribuita su tre giorni.»

 

«Tre giorni. Da quando?»

 

«Da giovedì. Il giorno dopo il funerale.»

 

Marco calcolò. Il giorno dopo il funerale era il giorno in cui Filippo era venuto in bottega a chiedergli la stima. «Quindi ha chiamato questo numero subito dopo avermi contattato.»

 

«Sì.» Elena lo guardò. «O subito dopo aver capito che lei avrebbe visitato la villa.»

 

«Stava avvisando qualcuno.»

 

«O chiedendo istruzioni.»

 

Marco ci pensò. Un uomo come Filippo — rigido, controllato, abituato a gestire tutto da solo — che chiede istruzioni a qualcuno. Significava che c'era qualcuno che aveva su di lui un ascendente che andava oltre la famiglia.

 

«Chi sapeva della lista, oltre alla famiglia Collalto?»

 

Elena rimase in silenzio un momento. «È la domanda giusta,» disse alla fine. «Se il conte Collalto ha usato quella lista come strumento di ricatto durante la guerra, qualcuno ne ha beneficiato. Qualcuno ha ricevuto qualcosa in cambio delle delazioni — una casa, un terreno, un'attività.»

 

«E quella famiglia,» disse Marco lentamente, «potrebbe aver trasmesso il segreto di generazione in generazione. Come i Collalto.»

 

«Due famiglie legate dallo stesso segreto per settant'anni,» disse Elena. «Una che lo porta come colpa. L'altra come privilegio.»

 

La cucina rimase silenziosa per un momento. Fuori, il vento muoveva qualcosa — una persiana, forse, il suono intermittente di chi bussa senza sapere che nessuno aprirà.

 

«Domani mattina,» disse Elena, «devo andare al catasto. Cerco trasferimenti di proprietà nel periodo 1943-1945 legati agli indirizzi della lista.»

 

«Posso aiutare,» disse Marco.

 

Elena lo guardò — quella valutazione rapida che faceva sempre, come se ogni offerta andasse pesata prima di essere accettata.

 

«Lo so,» disse alla fine. E non aggiunse altro, il che Marco aveva imparato a interpretare come un sì.

 

* * *

 

Il catasto storico del Comune di Spoleto occupava tre stanze al piano terra del palazzo municipale, gestite da una signora di nome Mirella che aveva l'aria di sapere esattamente dove si trovava ogni documento degli ultimi cinquant'anni e di non avere nessuna intenzione di condividerlo con chiunque non avesse un motivo serio.

 

Elena aveva un motivo serio. Lo mostrò.

 

Mirella li portò in fondo alla terza stanza, davanti a scaffali metallici carichi di faldoni con le date scritte a mano sul dorso, e disse: «Il periodo che le interessa è qui. Non si possono fare fotografie, solo fotocopie. La fotocopiatrice costa venti centesimi a foglio.»

 

Poi tornò alla sua scrivania senza aspettare risposta.

 

Lavorarono per tre ore, divisi — Elena cercava i nomi della lista, Marco cercava i trasferimenti di proprietà nello stesso periodo, incrociando gli indirizzi. Era un lavoro metodico e silenzioso, il tipo di lavoro in cui la mente entra in uno stato che somigliava alla meditazione se la meditazione consistesse nel leggere documenti catastali del 1944.

 

Trovarono la prima corrispondenza dopo quaranta minuti.

 

Una famiglia della lista — Levi, Via del Trivio 14 — aveva perso la proprietà di un appartamento nel gennaio 1944. Trasferito per «atto di vendita volontaria» a un certo Gino Bastianelli, commerciante.

 

«Vendita volontaria,» disse Marco sottovoce.

 

«Il modo elegante per dire esproprio,» disse Elena.

 

Continuarono. Trovarono altri quattro casi simili nel corso della mattina — proprietà passate di mano tra il 1943 e il 1945, sempre dalle famiglie della lista verso altri nominativi spoletini, sempre con la stessa formula: vendita volontaria, prezzi simbolici, atti firmati in fretta.

 

«Bastianelli,» disse Marco a un certo punto. «Compare due volte.»

 

Elena annotò il nome. «Vediamo se ha discendenti.»

 

La risposta arrivò da Mirella, che si era avvicinata silenziosamente e stava guardando i loro appunti con l'espressione di chi ha aspettato che chiedessero.

 

«I Bastianelli,» disse, come se stesse rispondendo a una domanda già fatta. «Gino Bastianelli è morto nel 1971. Aveva un figlio, Renato. Renato gestisce ancora il negozio di ferramenta in Corso Mazzini. Ha sessantotto anni.»

 

Marco e Elena si guardarono.

 

«Lo conosce?» disse Elena.

 

«Tutti lo conoscono,» disse Mirella, con quella neutralità assoluta che poteva significare qualsiasi cosa. E tornò alla sua scrivania.

 

* * *

 

Corso Mazzini era la strada principale del centro storico, larga e lastricata, con i negozi sotto i portici che resistevano da decenni alle mode e alle crisi con la testardaggine delle cose radicate.

 

La ferramenta Bastianelli era al numero 34, tra una farmacia e un negozio di scarpe. Vetrina affollata di utensili, cassette delle lettere, lucchetti, spine elettriche. Il tipo di negozio che sa di essere necessario e non ha bisogno di sembrare altro.

 

Renato Bastianelli era dietro il bancone — un uomo grande, la faccia aperta di chi trascorre le giornate a risolvere problemi pratici della gente, le mani di chi lavora con gli attrezzi. Alzò gli occhi quando entrarono con l'espressione cordiale del commerciante, poi vide il modo in cui Elena camminava e quell'espressione cambiò impercettibilmente.

 

«Posso aiutarvi?»

 

«Marescialla Marchetti, Compagnia di Spoleto.» Elena posò il distintivo sul bancone con discrezione. «Avrei qualche domanda, se ha un momento.»

 

Bastianelli guardò il distintivo. Guardò Marco. Guardò di nuovo Elena.

 

«Certo,» disse, con la voce di chi dice certo ma pensa tutt'altro.

 

Chiamò un ragazzo dal retro per tenere il negozio e li portò in un piccolo ufficio sul fondo — scrivania, due sedie, scaffali con i cataloghi dei fornitori, una foto in bianco e nero appesa al muro che mostrava il negozio come doveva essere negli anni Cinquanta.

 

Marco guardò la foto. Poi guardò Bastianelli.

 

«Suo padre gestiva questo negozio già durante la guerra,» disse.

 

Non era una domanda. Bastianelli lo capì.

 

«Sì,» disse. «Lo ha aperto nel 1938.»

 

«E nel 1944 ha acquistato due appartamenti in Via del Trivio e in Via Arco di Druso,» disse Elena. «Da famiglie che in quel periodo sono state deportate.»

 

Il silenzio nell'ufficio durò abbastanza da diventare una risposta.

 

«Non lo sapevo,» disse Bastianelli alla fine. La voce era piana, ma le mani sul tavolo si erano chiuse. «Voglio dire — sapevo che mio padre aveva comprato delle proprietà durante la guerra. Non sapevo da chi, o in che circostanze. Quando sono morto lui, queste cose non si discutevano.»

 

«Filippo Collalto la chiamava,» disse Elena. «Tre volte nell'ultima settimana.»

 

Bastianelli rimase immobile.

 

«Sì,» disse alla fine.

 

«Cosa voleva?»

 

Una pausa lunga. Fuori, nel negozio, si sentiva il ragazzo che spostava qualcosa di pesante.

 

«Filippo mi ha chiamato giovedì sera,» disse Bastianelli. «Mi ha detto che c'era un antiquario che stava esaminando i mobili della villa. Che forse aveva trovato qualcosa. Che se veniva fuori la storia della lista, le proprietà che mio padre aveva comprato potevano essere contestate. Restituite.»

 

«E lei cosa ha risposto?» disse Marco.

 

Bastianelli lo guardò — quegli occhi aperti e pratici che adesso avevano qualcosa di diverso dentro, qualcosa di più complicato.

 

«Gli ho detto che non era un problema mio,» disse. «Che quelle proprietà le ho vendute vent'anni fa. Che non avevo niente da nascondere perché non sapevo niente.»

 

«E lui?»

 

«Lui era spaventato. Voleva che lo aiutassi a far sparire qualcosa — non ho capito bene cosa. Gli ho detto di no. Gli ho detto di rivolgersi a un avvocato.» Una pausa. «Era l'ultima volta che gli ho parlato.»

 

Marco guardò Elena. Elena guardò Marco.

 

«Sa chi altro Filippo potrebbe aver chiamato?» disse Elena.

 

Bastianelli scosse la testa. «No. Ma so che non ero l'unico. Filippo mi ha detto che c'erano altri — altre famiglie legate alla lista. Non ha fatto nomi.»

 

* * *

 

Uscirono dalla ferramenta nel primo pomeriggio con più domande di quante ne avevano entrate.

 

Bastianelli era credibile — o almeno, abbastanza credibile da non essere il punto su cui concentrarsi. Aveva venduto le proprietà vent'anni prima, non aveva più niente da perdere dalla lista. E soprattutto: non aveva motivo di uccidere Filippo, che stava cercando il suo aiuto, non minacciandolo.

 

«Altre famiglie,» disse Marco, mentre camminavano verso la caserma. «Filippo stava cercando di costruire una rete — qualcuno con cui gestire la situazione insieme.»

 

«O qualcuno che aveva più da perdere di Bastianelli,» disse Elena. «Qualcuno che non ha risposto "rivolgiti a un avvocato".»

 

Marco si fermò.

 

Stava pensando a qualcosa che aveva visto e non aveva ancora messo a fuoco — uno di quei dettagli che si depositano in fondo alla mente e aspettano il momento giusto per tornare in superficie.

 

«Il testamento,» disse.

 

«Cosa?»

 

«Il testamento della contessa. L'ha letto il notaio Fabbri stamattina. C'era qualcosa, oltre all'eredità a Lorenzo Moreno?»

 

Elena lo guardò. «C'era una lettera allegata. Scritta dalla contessa, indirizzata a chi di dovere — un testo in cui spiegava la storia della lista, il ruolo di suo marito, i nomi delle famiglie.» Una pausa. «Una confessione postuma.»

 

«L'ha vista?»

 

«Me ne ha dato una copia il notaio, come parte degli atti.» Elena aprì la borsa e tirò fuori un foglio — una fotocopia, la grafia della contessa che Marco non aveva mai visto ma immaginava anziana, incerta, il peso degli anni in ogni lettera.

 

Marco la guardò.

 

Si fermò.

 

La rilesse dall'inizio.

 

«Elena,» disse, con una voce che era diversa dalle precedenti — più ferma, più precisa, come quando davanti a un mobile capisce qualcosa che non sapeva di star cercando. «Questa lettera — quando è stata scritta?»

 

«La data in cima: tre settembre. Due mesi fa.»

 

«E la contessa aveva ottantanove anni. Le mani che tremano, la vista non più buona.» Marco indicò un punto del foglio. «Guardi qui. Questa parte — "i nomi che seguono sono quelli delle famiglie che mio marito ha tradito" — la grafia è diversa dalle righe precedenti. Più ferma. Meno tremante.»

 

Elena si avvicinò. Guardò.

 

«Come se l'avesse scritto qualcun altro,» disse piano.

 

«O come se qualcuno avesse aggiunto qualcosa dopo.» Marco guardò il foglio. «Le famiglie potrebbero essere state inserite da qualcuno che aveva accesso al documento originale e voleva assicurarsi che certi nomi comparissero — o non comparissero.»

 

«Il notaio Fabbri,» disse Elena, e la sua voce aveva cambiato tono. «Ha avuto il testamento in custodia per mesi. Era l'unico ad averci accesso prima della pubblicazione.»

 

«Non sto dicendo che sia stato lui,» disse Marco. «Sto dicendo che la calligrafia non è uniforme. E che qualcuno con accesso al testamento poteva avere interesse a modificarlo.»

 

Elena era già al telefono.

 

* * *

 

Quello che venne fuori nelle ore successive Marco lo ricostruì in parte dalla chiamata di Elena quella sera, in parte dai giorni successivi, in parte da quello che lesse sul giornale locale la settimana dopo.

 

Il notaio Fabbri aveva un fratello. Si chiamava Giorgio, aveva sessantacinque anni, e nel 1944 il suo nonno paterno aveva acquistato una villetta in Via Monterone da una famiglia della lista — i Coen — per una cifra simbolica. La villetta era ancora di proprietà della famiglia Fabbri. Valeva, con i prezzi attuali, circa quattrocentomila euro.

 

Filippo Collalto aveva chiamato Giorgio Fabbri, non il notaio. Ma Giorgio aveva parlato con suo fratello — e suo fratello aveva capito che il testamento, così com'era, avrebbe portato la lista alla luce e con essa le origini di quella proprietà.

 

Aveva avuto mesi per pensarci. E aveva deciso di modificare il testamento — non eliminando la lista, che avrebbe reso il documento sospetto, ma alterando sottilmente le istruzioni su come trattarla: invece di renderla pubblica immediatamente, il testo modificato chiedeva che venisse affidata «alle autorità competenti per le valutazioni del caso», una formula abbastanza vaga da garantire anni di silenzio burocratico.

 

Non aveva ucciso Filippo. Quello era stato Giorgio — il fratello spaventato, l'erede di un privilegio che non sapeva di portare fino a quando qualcuno non aveva cominciato a scavare. Giorgio che conosceva le abitudini di Filippo, che sapeva del percorso mattutino alla Rocca, che aveva risposto alle chiamate con rassicurazioni false e poi aveva deciso che rassicurare non bastava più.

 

La cella del telefono prepagato aveva agganciato una torre a trecento metri dalla Rocca Albornoziana sabato mattina alle sei e quarantadue.

 

Giorgio Fabbri fu arrestato il martedì.

 

Suo fratello il notaio fu sospeso dall'albo il giovedì successivo, in attesa del procedimento disciplinare.

 

* * *

 

Marco seppe tutto questo gradualmente, nel corso di quella settimana, attraverso le chiamate di Elena che diventavano via via meno ufficiali e più dirette — come se il caso che li aveva tenuti insieme stesse lasciando spazio a qualcosa d'altro, senza che nessuno dei due lo nominasse ancora.

 

Il venerdì mattina, Lorenzo Moreno passò dalla bottega prima di tornare a Barcellona.

 

Era con Edoardo — i due si erano incontrati tre volte in quella settimana, Marco lo sapeva da Elena, e avevano cominciato a costruire qualcosa che non aveva ancora un nome ma aveva già una forma: due persone che scoprivano di condividere una storia e decidevano, lentamente, di non ignorarla.

 

Lorenzo si fermò davanti al comò, che Marco aveva rimesso nell'angolo della bottega dopo che i Carabinieri avevano finito con esso.

 

«È il mobile,» disse.

 

«Sì.»

 

Lorenzo lo guardò a lungo, con quella stessa espressione che aveva avuto fuori dallo studio del notaio — la faccia di chi sta cercando di contenere più storia di quanta una persona sola possa portare comodamente.

 

«Cosa ne farà?» disse alla fine.

 

«Dipende da lei,» disse Marco. «È parte dell'eredità. Tecnicamente è suo.»

 

Lorenzo scosse la testa. «Lo lasci qui. Se non le dispiace.» Una pausa. «Mio padre è scappato con niente. Mia madre ha tenuto tutto per ottant'anni. Forse è giusto che adesso stia in un posto dove qualcuno sa guardare le cose.»

 

Marco non rispose subito. C'era qualcosa in quella frase che meritava un momento.

 

«Sa guardare le cose,» ripeté alla fine.

 

«Sì.» Lorenzo gli tese la mano. «Grazie, signor Sereni.»

 

Si strinsero la mano. Poi Lorenzo ed Edoardo uscirono, e il campanellino sopra la porta suonò, e la bottega tornò silenziosa.

 

Marco rimase davanti al comò per qualche minuto, con le mani in tasca.

 

Era un pezzo straordinario. Lo era ancora, forse di più — adesso che sapeva cosa aveva tenuto dentro per tutto quel tempo, adesso che il legno aveva restituito quello che custodiva e poteva tornare a essere semplicemente quello che era: un mobile bello, fatto bene, da qualcuno che sapeva il suo mestiere.

 

Cicerone saltò sul piano superiore e si sdraiò con quella sua aria di possesso assoluto.

 

«Già,» disse Marco.

 

Il telefono vibrò. Un messaggio di Elena: «Stasera libera. Se vuole può portare il vino. So già che sceglierà il Sagrantino.»

 

Marco lesse il messaggio due volte. Poi scrisse: «Sbagliato. Stavolta porto un Trebbiano.»

 

Tre secondi.

 

«Perché?»

 

«Perché a volte è bello sorprendere.»

 

Nessuna risposta per quasi un minuto. Poi: «Alle otto.»

 

Marco rimise il telefono in tasca, prese la giacca dall'attaccapanni, si voltò un'ultima volta verso il comò.

 

La lista delle venti famiglie era agli atti — sarebbe stata consegnata alle associazioni che si occupavano di memoria storica, i nomi sarebbero stati commemorati, le storie ricostruite per quanto possibile. Non era abbastanza. Non lo era mai, con certe cose. Ma era quello che si poteva fare, ed era meglio del silenzio.

 

Rafael Moreno aveva scritto: tieni la lista, un giorno servirà a qualcuno.

 

Aveva ragione. Aveva solo sbagliato i tempi — come si sbaglia sempre, con queste cose.

 

Marco uscì, chiuse la porta, controllò due volte la serratura.

 

Fuori, Spoleto aveva l'aria di quelle sere di novembre in cui tutto sembra fermo — le pietre, i portici, la luce che scende piano sui tetti. Il tipo di sera in cui una città piccola mostra quello che è davvero: non un posto dove non succede niente, ma un posto dove le cose che succedono restano, si depositano, diventano parte delle mura e dei mobili e delle storie che la gente si racconta senza sapere sempre da dove vengono.

 

Camminò verso casa di Elena con il Trebbiano sotto il braccio, scegliendo come sempre le strade più illuminate.

 

Questa volta, però, non era per prudenza.

 

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Fine del Capitolo Otto

 

— Fine de «Il Comò dei Segreti» —