Battaglia di Vittorio Veneto - Wikipedia
Attraversamento del Piave
Le operazioni di attraversamento del Piave, iniziatesi nella notte e ostacolate dal tempo e dalla corrente impetuosa del fiume, furono molto difficili e non ottennero gli ambiziosi obiettivi previsti. La 12ª Armata del generale francese Graziani riuscì con molta difficoltà a gettare un ponte a est di Pederobba, che tuttavia venne subito individuato dagli austro-ungarici e bersagliato dall'artiglieria. Alle ore 03:00 attraversarono il fiume un reggimento francese e due battaglioni alpini, ma alle ore 06:00 il ponte venne colpito dal fuoco dei cannoni e dalle ore 09:00, quasi demolito, divenne inutilizzabile. Di conseguenza i reparti italo-francesi passati sulla riva sinistra, che avrebbero dovuto avanzare verso Valdobbiadene, furono contrattaccati e rimasero bloccati nella loro piccola testa di ponte[73].
Il generale Enrico Caviglia, comandante dell'8ª Armata L'8ª Armata del generale Enrico Caviglia, incaricata di sferrare l'attacco decisivo, aveva progettato una complessa operazione di passaggio del fiume che prevedeva di gettare otto ponti tra Vidor e Nervesa; inoltre era stata prevista anche la costruzione di undici passerelle tra Onigo e Ponte della Priula.
Nella giornata del 27 ottobre gli avvenimenti ebbero un andamento drammatico con alcuni limitati successi e numerosi fallimenti che sembrarono mettere in pericolo l'esito complessivo dell'operazione. Non fu possibile, a causa della corrente e del fuoco nemico, gettare il primo ponte a Vidor e le tre passerelle dovettero essere interrotte dopo le gravi perdite subite dai reparti di pontieri[74].
Sotto la pioggia e il pesante fuoco dei cannoni austro-ungarici, riuscì invece la costruzione del ponte a Fontana del Buoro, sul Montello. Alla presenza del generale Caviglia, reparti di arditi a bordo di barconi raggiunsero la sponda sinistra di sorpresa. Secondo quanto riportato da Cappellano e Di Martino, nella notte tra il 26 e il 27 ottobre 1918 gli Arditi del XXII Reparto d’Assalto della 1ª Divisione d’Assalto furono i primi a varcare il Piave nel settore di Fontana del Buoro, presso Moriago della Battaglia, costituendo la testa di ponte del XII Corpo d’Armata.[75]. Sul ponte subito costruito transitarono una divisione d'assalto, le brigate Cuneo e Mantova, un reggimento della brigata Messina e un gruppo di artiglieria da montagna.
Gli attraversamenti avvennero nell'oscurità della notte dalle ore 01:30 e con un tempo in peggioramento; ben presto la situazione divenne difficile: i reparti nella testa di ponte furono sottoposti all'intenso fuoco dell'artiglieria austro-ungarica che cercava di distruggere il ponte, mentre i riflettori scandagliavano le posizioni italiane[76]. Si concluse invece con un fallimento la prevista costruzione del terzo ponte a est del secondo, mentre il quarto ponte, gettato vicino intorno a mezzanotte con grande difficoltà da una compagnia di pontieri, permise inizialmente il passaggio di elementi delle brigate Pisa e Piemonte, ma alle ore 09:30 venne distrutto dal fuoco dei cannoni austro-ungarici. Disastroso fu il tentativo di gettare il quinto ponte a Falzè: a causa dell'aspra resistenza dei difensori e del violento fuoco dell'artiglieria nemica, le imbarcazioni dei reparti d'assalto furono affondate e oltre 200 arditi annegarono. Infine fallirono anche gli attraversamenti sul settimo ponte a Nervesa, ostacolati dalla corrente impetuosa e dalla conformazione delle sponde; il ponte venne distrutto mentre era ancora in costruzione, isolando 150 arditi che furono decimati e dovettero tornare sulla riva destra. Terminò con un insuccesso anche il tentativo di gettare l'ottavo ponte più a valle[77].
Attraverso i ponti secondo e quarto quindi erano riusciti a stabilirsi sulla riva sinistra principalmente i reparti del XX corpo d'armata del generale Giuseppe Vaccari; erano all'interno della testa di ponte elementi delle brigate Pisa, Piemonte, Mantova, oltre alla 1ª Divisione d'assalto e ad alcuni reggimenti delle brigate Cuneo e Messina. Il quartier generale del XX corpo assunse il comando delle operazioni sulla sinistra del Piave cercando di mantenere i collegamenti con il XXVII e l'VIII corpo d'armata rimasti sulla riva destra. Sfruttando la sorpresa e il cedimento dell'11ª Divisione ungherese schierata nel settore, gli italiani poterono consolidare le loro posizioni e al primo mattino ampliare la testa di ponte muovendo tre reparti d'assalto che raggiunsero e conquistarono la "linea dei villaggi", Mosnigo, Moriago e Sernaglia. Gli arditi continuarono ad avanzare in direzione di Pieve di Soligo, Collalto e Falzè ma vennero contrattaccati da reparti austro-ungarici di riserva; alle ore 14:00 dovettero ripiegare e nella notte rientrarono a Sernaglia dopo aver catturato 3 200 prigionieri. Al termine della giornata la testa di ponte del XX corpo d'armata era ormai sensibilmente rafforzata: circa 29 battaglioni si trovavano già sulla riva sinistra appoggiati dalla potente artiglieria situata sul Montello[78].Truppe italiane in movimento sul Montello, lungo la linea del Piave
A partire dalle ore 12:30 del 27 ottobre ebbe inizio anche l'operazione di attraversamento del Piave da parte della 10ª Armata del britannico Cavan; precedute dal fuoco dell'artiglieria italiana e dall'intervento anche dei cannoni delle batterie britanniche, il XIV corpo d'armata del generale Babington e l'XI corpo italiano del generale Paolini poterono passare, partendo dal villaggio di Salettuol sulla riva destra, prima sulle isole delle Grave di Papadopoli già conquistate in precedenza e quindi raggiunsero la riva sinistra.
Nonostante la violenza della corrente e problemi tecnici, le truppe anglo-italiane riuscirono facilmente a prendere piede oltre il Piave, la resistenza nemica inizialmente fu debole. Subito dopo ebbe inizio l'attacco contro la linea principale: la 7ª Divisione britannica procedette in direzione di Borgo Malanotte contrastata da una divisione austro-ungarica, mentre più a sud la brigata Foggia e un reggimento bersaglieri marciarono con difficoltà, a causa del terreno paludoso e della resistenza nemica, fino a Roncadelle e Stabiuzzo.
Le operazioni terminarono con successo: venne costituita una solida testa di ponte e vennero catturate alcune migliaia di prigionieri e circa quaranta cannoni[79]. L'evoluzione favorevole alle Grave di Papadopoli convinse il generale Caviglia a modificare i suoi piani. Nonostante le notizie negative provenienti dalla maggior parte dei punti di attraversamento, il comandante dell'8ª Armata appariva risoluto e deciso a perseverare: fin dalle ore 07:00 aveva rassicurato i suoi sottoposti e ordinato di adottare il piano di emergenza già preparato in precedenza.
Il XVIII corpo d'armata del generale Luigi Basso avrebbe attraversato il fiume alle Grave di Papadopoli utilizzando i ponti della 10ª Armata e quindi, marciando lungo la riva sinistra verso Nervesa e i ponti della Priula, avrebbe sbloccato la situazione favorendo il passaggio dell'VIII corpo che era sempre fermo a sud del fiume.
Il generale Caviglia aveva già inviato ordini ai comandi del XVIII corpo e della 10ª Armata[80]. Il comando della 6ª Armata austriaca attaccata lungo il Piave non sembrò molto preoccupato per la costituzione delle due teste di ponte nemiche, e nel corso della giornata continuò a considerare favorevolmente la situazione; alcuni reparti prevalentemente ungheresi avevano mostrato segni di cedimento ma nel complesso l'armata rimaneva in efficienza ed erano attese tre divisioni di rinforzo per contrattaccare ed eliminare la testa di ponte di Sernaglia, mentre altre quattro divisioni, la 10ª e 24ª di fanteria e la 26ª e 43ª cacciatori, avrebbero dovuto attaccare le forze italo-britanniche della 10ª Armata.
Il generale Borojević, responsabile del gruppo d'armate schierato sul Piave, era sempre più preoccupato per le defezioni tra le truppe ungheresi e slave e richiese l'uso della forza per reprimere gli ammutinamenti, ma sperava ancora in un esito non sfavorevole della battaglia difensiva[81].
Nel frattempo a Vienna l'imperatore Carlo aveva preso finalmente decisioni irreversibili: dopo aver comunicato con una lettera le sue intenzioni a Guglielmo II e nonostante la contrarietà del generale Arz von Straussenburg, egli decise di richiedere al presidente Wilson un armistizio immediato e una pace separata. Una nota diretta al presidente statunitense venne consegnata al governo svedese: l'Austria-Ungheria riconosceva il diritto all'indipendenza cecoslovacca e jugoslava, rompeva l'alleanza con la Germania e richiedeva la fine dei combattimenti su tutti i fronti[82].
28 ottobre
Nel settore del massiccio del Grappa gli austro-ungarici sferrarono alcuni attacchi: un tentativo verso il Col del Cuc venne respinto dal tiro dei cannoni italiani, mentre un assalto in forze effettuato da reparti della 50ª Divisione nel settore del Monte Valderòa per eliminare i superstiti della brigata Aosta e di due battaglioni alpini ancora presenti sui versanti della montagna, venne contenuto e fu possibile, da parte del comando italiano, sostituire i reparti più logorati inserendo altri reparti alpini.
Il generale Giardino ricevette conferma alle ore 16:30 dal comando supremo che il 29 ottobre la 4ª Armata avrebbe dovuto riprendere gli attacchi; l'avversario apparentemente non dava segno di cedimento, tuttavia il comandante dell'armata riteneva che l'offensiva potesse riuscire grazie al rafforzamento dell'artiglieria; l'attacco inoltre rimaneva importante per impegnare il nemico e favorire l'azione principale sul Piave[83]. Mappa delle operazioni Nella testa di ponte di Pederobba della 12ª Armata del francese Graziani, le truppe sulla riva sinistra erano rimaste isolate; prima dell'alba i pontieri costruirono un ponte di barche e rimisero in funzione il ponte principale, e in questo modo passarono il fiume un reggimento francese e un battaglione alpino.
Alle ore 09:15 tuttavia i cannoni austro-ungarici danneggiarono di nuovo i ponti e la testa di ponte fu di nuovo isolata. Nonostante queste difficoltà, i reparti sulla riva sinistra passarono all'attacco: i francesi avanzarono a sinistra in direzione della conca di Alano di Piave, mentre sulla destra gli alpini, pur incontrando una tenace resistenza austriaca, fecero notevoli progressi e raggiunsero al termine della giornata Valdobbiadene[84]. Nella testa di ponte principale dell'8ª Armata la situazione delle truppe del XXII corpo era ancora critica a causa soprattutto delle condizioni del fiume in piena, e della mancanza di attraversamenti stabili. L'artiglieria austro-ungarica bombardava tutte le posizioni italiane e soprattutto il corso del Piave rendendo estremamente difficoltoso il lavoro dei pontieri; le comunicazioni con la testa di ponte di Sernaglia si effettuavano per mezzo di nuotatori e aeroplani che lanciavano sacchi di munizioni e vettovaglie. I tentativi di ricostruire il primo ponte a Vidor e il secondo a Fontana del Buoro erano falliti nella notte mentre il quarto ponte a Casa Biadene era stato parzialmente riaperto e aveva permesso di trasferire sulla riva sinistra, passando a piedi su strette passerelle e in parte a guado, reparti della 60ª Divisione e un battaglione della brigata Messina. Alle ore 07:30 anche questo precario ponte venne colpito e distrutto dal fuoco dei cannoni austro-ungarici; i ponti di Nervesa e della Priula erano sempre fuori uso e quindi l'VIII corpo d'armata era sempre bloccato a sud del fiume[85]. Nonostante queste difficoltà, il generale Vaccari, comandante del XXII corpo, dimostrò decisione e fiducia: durante una riunione alle ore 10:30 con i suoi generali, esortò non solo a difendere tenacemente la testa di ponte ma a passare all'attacco; erano infatti state segnalate dall'aviazione colonne nemiche in movimento verso nord e la resistenza austriaca dava segni di indebolimento.
Le truppe delle brigate Piemonte e Porto Maurizio riuscirono ad avanzare dalla testa di ponte e raggiunsero senza molta difficoltà Falzè e Chiesola[86]. Alle ore 14:00 il generale Caviglia, consapevole che la battaglia era giunta al momento più importante e che il nemico era vicino al crollo, diramò un ordine del giorno alle sue truppe in cui rimarcava che entro 24 ore la battaglia sarebbe stata decisa e che la storia d'Italia "forse per un secolo" sarebbe dipesa dalla tenacia delle truppe nelle prossime giornate[87]. Era quindi necessario ricostruire nella notte tutti i ponti; le truppe dovevano passare all'attacco con il massimo spirito offensivo per il "raggiungimento degli obiettivi prefissi"[88]. Mentre le truppe austro-ungariche in prima linea si battevano validamente e con successo da quattro giorni, stavano continuamente aumentando i segni di disgregazione soprattutto nei reparti di retrovia che, meglio informati sugli avvenimenti internazionali e sulle voci di armistizio, erano vicini al collasso. Anche se il generale Giardino scrisse nelle sue memorie che in quei giorni, di fronte alla accanita e valorosa difesa delle truppe austro-ungariche, non aveva avvertito i prodromi delle defezione e della sedizione, fin dalla notte del 27 ottobre si erano verificate ribellioni e rifiuti al combattimento di unità di seconda schiera assegnate al fronte del Grappa per contrattaccare: undici reggimenti su cinquantuno non obbedirono[89]. Al mattino del 28 ottobre la situazione divenne molto precaria sulla linea del Piave, il generale Borojević considerò la possibilità di evacuare subito il Veneto, mentre quattro divisioni rifiutarono di entrare in azione. In queste condizioni fu impossibile contrattaccare e contenere le teste di ponte nemiche.
Due divisioni austro-ungariche, esauste, ripiegarono dal settore di Sernaglia fino alla linea Bigolino-Colbertaldo-Farra di Soligo, dove avrebbero dovuto essere rinforzate dalla 34ª Divisione che tuttavia in parte si era già disgregata; alcuni reparti si ammutinarono[90]. Soldati italiani attraversano il Piave su una passerella durante la battaglia Dalle ore 07:00 la manovra ordinata dal generale Caviglia alle Grave di Papadopoli era in pieno svolgimento; sui ponti della 10ª Armata di Salettuol e Palazzon, dalle ore 12:00 attraversarono il Piave le unità del XVIII corpo d'armata del generale Basso. Passarono per prime le brigate Como, Bisagno e Sassari che raggiunsero la riva sinistra e nel pomeriggio avanzavano decisamente verso nord-ovest per intercettare la strada Treviso-Udine[91]. Le brigate Como e Bisagno occuparono alcuni villaggi e si avvicinarono a Susegana, nei pressi dei ponti della Priula dove era rimasto bloccato l'VIII corpo d'armata[92], furono catturati molti prigionieri. Il generale Caviglia in serata poté comunicare al re Vittorio Emanuele III che la manovra laterale del XVIII corpo aveva raggiunto il suo obiettivo, sbloccando la precaria situazione dell'VIII corpo, passato al comando del generale Grazioli dopo la destituzione del generale Asclepia Gandolfo.
Raggiunse decisivi successi anche la 10ª Armata del generale Cavan che, avanzando sulla destra del XVIII corpo d'armata, superò la resistenza del XVI corpo austriaco del generale Králíček appartenente alla 5ª Armata: i britannici occuparono Tezze di Piave e, in collegamento con la brigata Como, si avvicinarono alla linea del fiume Monticano (Kaiserstellung) dove riferirono che il nemico era ancora numeroso e combattivo. La situazione degli austro-ungarici si aggravò nel pomeriggio: la 5ª Armata era in ritirata verso il fiume Monticano, mentre l'ala sinistra della 6ª Armata, attaccata dal XVIII corpo italiano, dovette a sua volta abbandonare le posizioni. In serata il generale Schönburg-Hartenstein, comandante della 6ª Armata, assegnò al generale von Nöhring tre divisioni di rinforzo, 36ª di fanteria e 43ª e 44ª cacciatori, per contrattaccare gli italo-britannici, ma gran parte di queste forze di riserva defezionarono e solo otto battaglioni rimasero disponibili; anche la linea del Monticano era in pericolo e il XVI corpo austriaco si stava ritirando in rotta dietro il fiume[93]. Durante la giornata più volte il generale Borojević comunicò al Comando supremo austro-ungarico l'aggravarsi della situazione: egli riteneva che "se il nemico continua a guadagnare terreno" la situazione poteva diventare "oltremodo pericolosa".
Il comandante delle difese sul Piave considerava la possibilità di abbandonare il Veneto e chiedeva indicazioni da parte dell'alto comando, ritenendo importante preservare almeno una parte dell'esercito per mantenere l'ordine in patria e difendere la monarchia asburgica. Nel frattempo gli ammutinamenti si stavano estendendo alle truppe nel Trentino e anche alla marina austro-ungarica; alle ore 15:45 l'imperatore Carlo ordinò al generale Weber von Webenau a Trento di concludere al più presto l'armistizio, accettando qualsiasi condizione esclusa una eventuale richiesta di libero passaggio attraverso i territori dell'Impero da parte delle truppe nemiche per attaccare la Germania da sud. Il generale Arz von Straussenburg avvertì il generale Borojević della missione affidata al generale Weber, sollecitandolo a "combattere fino alla prossima settimana" per ottenere condizioni più favorevoli di armistizio[94].