!?? Esiste una Critica Costruttiva?
Questo sarà il capitolo più corto del libro. Non per pigrizia, ma per rispetto dell'argomento.
La risposta alla domanda del titolo è no. In Italia non esiste. Quello che esiste è la critica distruttiva, che almeno è onesta, e la critica distruttiva mascherata da costruttiva, che è un genere più sofisticato e molto più diffuso.
La critica costruttiva autentica ha tre requisiti: dice cosa non va, dice come si potrebbe fare meglio e viene detta da qualcuno disposto a dare una mano. Provate a cercarla in natura. Troverete ben presto che il secondo requisito è raro, il terzo è una specie protetta.
Quella che circola è la versione di contraffazione, e si riconosce da una formula d'apertura che funziona come un preavviso di temporale:
«Lo dico per il tuo bene.» Dopo questa frase, il bene non arriva mai. Arriva un elenco.
«Non per criticare, ma…» Il «ma» è la parte seria. Tutto quello che precede è anestesia locale.
«Prendila come una critica costruttiva.» Il costruttivo sta nel nome, come «Pasticceria» sull'insegna di un negozio che vende solo pane. Chi lo dice ha già deciso cosa è, e chi ascolta ha già capito cosa non sarà.
«Io te lo dico perché ti voglio bene.» Variante familiare, più pesante. Al bene si arriva dopo, a rate.
«Sono solo sincero.» La sincerità, in questa accezione, è il diritto di dire una cosa spiacevole senza dover rispondere delle conseguenze. Ha sempre un buon pubblico: tutti amano la sincerità degli altri, finché è rivolta a un terzo.
Il sandwich
I manuali di management consigliano una tecnica, detta sandwich: si comincia con un complimento, si inserisce la critica, si chiude con un altro complimento. In teoria addolcisce, in pratica addestra. Dopo la terza volta, chi riceve un complimento comincia a irrigidirsi, in attesa del colpo. Il complimento diventa un segnale d'allarme, e il pane, in questo panino, si mangia con sospetto.
Perché non funziona
La critica costruttiva fallisce in Italia per una ragione di fondo: costruire costa, distruggere no.
Per dire a qualcuno come migliorare bisogna capire cosa sta facendo, immaginare un'alternativa, trovare le parole giuste, e poi restare lì ad ascoltare la replica. Richiede tempo, attenzione e, soprattutto, di essere disposti a sbagliare noi per primi, perché una proposta, a differenza di un sospiro, si può contestare.
E poi c'è il pubblico. La critica distruttiva fa ridere, la costruttiva annoia. Chi dice «questo è un disastro» ha subito una platea. Chi dice «forse si potrebbe provare a spostare questo passaggio dopo quello» fa sbadigliare perfino se stesso. In un'economia dell'attenzione, il costruttivo parte con una gamba in meno.
Esiste, va detto, un'eccezione. È rara, silenziosa e sfugge alle statistiche, perché non fa rumore.
È la persona che, davanti a un lavoro che non la convince, si siede accanto e dice: «Vediamo insieme.» Il maestro che corregge il compito con la matita, e non con il rosso. L'amico che legge la tua bozza e ti rimanda indietro tre pagine scritte a mano. Il collega che, dopo la riunione, ti porta da parte e ti spiega, senza pubblico, cosa avresti potuto fare diversamente.
Quasi nessuno li racconta, perché non c'è niente da raccontare: nessuna battuta, nessuno sdegno, nessun colpevole. Eppure sono le uniche critiche che hanno migliorato qualcosa. Se si facesse una statistica seria, si scoprirebbe che metà della civiltà è fatta di persone così.
La conclusione, in tre righe
In Italia non esiste la critica costruttiva. Esistono la distruttiva e la distruttiva mascherata. E, ogni tanto, un maestro che non si accorge di esserlo.
Per questo il capitolo finisce qui. Aggiungere altro sarebbe, evidentemente, una critica a me stesso.