Home ← Lista articoli Monografia Servizi
IT EN ES
librogiallosereni

Fuori dallo studio del notaio

📅 2026-07-16 ⏱ 12 min lettura logistar.it

 CAPITOLO CINQUE 

Fuori dallo studio del notaio 

Lo studio del notaio Fabbri era in Via Brignone, al primo piano di un palazzo settecentesco con il portone in legno scuro e i citofoni in ottone lucidato. Il tipo di posto che comunica serietà senza doverlo dire. 

Marco e Elena arrivarono alle undici e tre minuti. Troppo tardi per entrare, abbastanza presto per aspettare. 

Si sistemarono sul lato opposto della strada, sotto il portico di un palazzo in restauro. Elena aveva le mani in tasca e l'aria di chi sa aspettare senza che si veda. Marco aveva comprato un caffè al bar all'angolo e lo stringeva nel palmo come se servisse a qualcosa. 

«Cosa speriamo di ottenere?» disse, a voce bassa. 

«Di vederlo uscire,» disse Elena. «E di capire con che faccia esce.» 

«Non è molto.» 

«No. Ma è un inizio.» 

Aspettarono in silenzio per una ventina di minuti. La mattina era fredda, il cielo ancora grigio. Passò una signora con un cane, un ragazzo in bicicletta, il furgone del pane che aveva già finito il suo giro e tornava vuoto. Spoleto a quell'ora aveva la calma lenta delle città che non hanno fretta di diventare altro da quello che sono. 

Alle undici e ventisette il portone si aprì. 

Filippo Collalto uscì con il passo di chi ha appena perso una discussione ma non lo ammetterà mai. Giacca scura, valigetta in pelle, il viso chiuso come un cassetto che non si vuole aprire. Alle sue spalle, con mezzo passo di distanza che valeva una dichiarazione, c'era Edoardo. 

Marco si irrigidì appena. 

«Non sapevo che Edoardo fosse lì,» disse sottovoce. 

«Nemmeno io.» Elena li stava guardando con quell'attenzione silenziosa che non perdeva niente. «Guardi le loro spalle.» 

Marco guardò. I due fratelli camminavano nella stessa direzione ma senza parlarsi — trenta centimetri di marciapiede tra loro che sembravano trenta metri. Filippo aveva il passo veloce e rigido di chi vuole andarsene. Edoardo aveva il passo di chi sta cercando di decidere se seguire o fermarsi.

 

Si fermò.

 

«Filippo,» disse, abbastanza forte da sentirsi attraverso la strada.

 

Filippo non si voltò subito. Quando lo fece, aveva l'espressione di chi sapeva che questa conversazione sarebbe arrivata e non era pronto lo stesso.

 

«Non adesso, Edoardo.»

 

«Quando, allora?» La voce di Edoardo era controllata, ma solo per metà. «Il notaio dice che il testamento viene letto lunedì. Lunedì, Filippo. E tu nel frattempo stai cercando di vendere tutto.»

 

«Sto cercando di gestire una situazione che tu non sei in grado di gestire.»

 

«Stai cercando di far sparire le cose prima che si sappia cosa c'è scritto in quel testamento.» Edoardo abbassò la voce, ma non abbastanza. «Lo so che la nonna aveva qualcosa. Me l'ha detto lei stessa, due settimane fa. Ha detto che c'era qualcosa che doveva venire fuori, prima o poi.»

 

Il silenzio tra i due durò forse tre secondi.

 

Filippo si avvicinò al fratello di un passo — non aggressivo, ma definitivo.

 

«La nonna era vecchia,» disse, piano. «Diceva molte cose.»

 

E si girò e andò, senza aspettare risposta.

 

Edoardo rimase fermo sul marciapiede, le mani lungo i fianchi, a guardare le spalle del fratello che si allontanava.

 

* * *

 

Fu Elena a muoversi per prima.

 

«Aspetti qui,» disse a Marco, e attraversò la strada con quella camminata precisa che non lasciava spazio a domande.

 

Marco rimase sotto il portico e la guardò avvicinarsi a Edoardo, tirar fuori il distintivo con un gesto discreto, dirgli qualcosa a voce bassa. Edoardo alzò gli occhi — sorpresa, poi qualcosa di più complicato — e annuì.

 

Si spostarono di qualche metro, verso un androne aperto. Marco aspettò. Il caffè era ormai freddo.

 

Cinque minuti dopo Elena tornò.

 

«Venga,» disse.

 

Edoardo li stava aspettando nell'androne, appoggiato al muro con le braccia conserte e l'aria di chi ha deciso qualcosa ma non è ancora sicuro che sia la decisione giusta. Era più giovane di quanto sembrasse in chiesa — trent'anni portati con una stanchezza che non apparteneva all'età.

 

«Lei è l'antiquario,» disse a Marco, senza fare domande.

 

«Sì.»

 

«La nonna mi ha parlato di lei. Ha detto che si fidava del suo giudizio sulle cose.» Fece una pausa. «Sulle cose, non sulle persone. Ma forse intendeva entrambe.»

 

Marco non rispose. Aspettò.

 

«Filippo sta cercando di vendere i mobili prima della lettura del testamento,» disse Edoardo. «L'ho scoperto ieri sera — ha contattato tre case d'aste a Roma. Vuole che tutto sia fuori dalla villa entro domenica.»

 

«Perché?» disse Elena.

 

Edoardo la guardò. «Perché teme quello che c'è scritto nel testamento. La nonna mi ha detto, due settimane prima di morire, che aveva lasciato qualcosa a qualcuno che non si aspettava. Qualcuno fuori dalla famiglia.» Una pausa. «E che c'era qualcosa nei mobili che doveva essere trovato.»

 

Marco sentì qualcosa stringersi nel petto.

 

«Nei mobili,» ripeté. «Ha detto esattamente così?»

 

«Sì. Non ha detto quale mobile. Ho pensato che fosse... non so, il vaniloquio di una donna anziana. Ma poi Filippo ha cominciato a comportarsi così, e ho capito che forse non lo era.»

 

«Il cassetto segreto,» disse Marco, piano — non a Edoardo, quasi a se stesso.

 

Edoardo lo fissò. «L'ha trovato?»

 

Marco guardò Elena. Elena guardò Marco. Una di quelle conversazioni silenziose che si fanno quando si è già capito che l'altro sta pensando la stessa cosa.

 

«Sì,» disse Marco.

 

Edoardo chiuse gli occhi per un momento. Quando li riaprì aveva l'espressione di chi ha aspettato una risposta per settimane e adesso che è arrivata non sa bene cosa farsene.

 

«Cosa c'era dentro?»

 

«Lettere,» disse Elena. «E un documento. Sono agli atti — li abbiamo messi al sicuro.» Non disse altro. Ma il modo in cui lo disse — misurato, ufficiale — chiudeva la conversazione su quel punto senza sembrare che la stesse chiudendo.

 

Edoardo annuì lentamente. «La lista,» disse sottovoce.

 

Marco lo guardò. «Sa della lista?»

 

«Non nei dettagli. Ma la nonna, quella stessa sera, mi ha detto una cosa strana.» Si interruppe, come se stesse cercando le parole esatte. «Ha detto: "Tuo nonno ha fatto una cosa che non si perdona. Io l'ho tenuta nascosta troppo a lungo. Prima di morire voglio che qualcuno sappia."» Alzò gli occhi. «Poi non ha più detto niente. Ho pensato che fosse il delirio, la febbre. Ma non lo era.»

 

Il silenzio nell'androne durò qualche secondo.

 

«Edoardo,» disse Elena, con quella voce piana che usava quando stava per chiedere qualcosa di importante, «lunedì alla lettura del testamento ci sarà anche lei?»

 

«Sì. Siamo tutti convocati — io, Filippo, Costanza.»

 

«Bene.» Elena tirò fuori un biglietto da visita e glielo diede. «Se succede qualcosa prima di lunedì — se Filippo prova a spostare altri mobili, se riceve persone in villa, qualsiasi cosa — mi chiami. A qualsiasi ora.»

 

Edoardo prese il biglietto. Lo guardò un momento.

 

«C'è qualcuno fuori dalla famiglia nel testamento,» disse. Non era una domanda. «Qualcuno che ha a che fare con quello che c'era nel cassetto.»

 

«È possibile,» disse Elena.

 

«Chi è?»

 

«Non lo so ancora.» Una pausa breve. «Ma lo scopriremo lunedì.»

 

* * *

 

Uscirono dall'androne nel sole di mezzogiorno che aveva finalmente deciso di farsi vedere, timido e bianco come capita in Umbria a novembre.

 

Camminarono per qualche metro senza parlare. Era diventata una loro abitudine — questo silenzio che non era imbarazzo ma pensiero condiviso, due persone che elaborano le stesse informazioni da angolazioni diverse e si danno il tempo di farlo.

 

Fu Marco a parlare per primo.

 

«La contessa sapeva che Rafael Moreno aveva avuto un figlio da lei. Il figlio è cresciuto senza sapere chi fosse il padre. Ma lei ha aspettato che qualcuno venisse a cercare le lettere.»

 

«E nel testamento ha lasciato qualcosa a quel qualcuno,» disse Elena.

 

«Un discendente di Rafael. Magari un nipote, un figlio del figlio.» Marco si fermò davanti a una vetrina — per riflettere, non per guardare. «Don Armando ha detto che Rafael è partito nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 1943. Se è sopravvissuto alla guerra, avrà avuto una vita. Una famiglia. E da qualche parte in quella famiglia ci sarà qualcuno che sa — o non sa — di avere radici a Spoleto.»

 

«Rafael Moreno,» disse Elena. «Spagnolo. Potrebbe essere in Spagna, in Francia, in Argentina — metà degli ebrei spagnoli della guerra sono finiti in Sud America.»

 

«O potrebbe essere a venti chilometri da qui e non saperlo.»

 

Elena lo guardò. «Come facciamo a trovarlo prima di lunedì?»

 

«Non so se dobbiamo.» Marco riprese a camminare. «Il notaio sa già chi è — è scritto nel testamento. Lunedì verrà fuori da solo. La questione è cosa succede nel frattempo.»

 

«Filippo.»

 

«Filippo ha contattato tre case d'aste a Roma, secondo Edoardo. Vuole tutto fuori dalla villa entro domenica.» Marco si fermò di nuovo. «Il comò è ancora lì. Se lo sposta prima di lunedì, il cassetto segreto non è più una prova — è solo un mobile che è passato di mano.»

 

Elena rimase in silenzio un momento. Poi: «Posso bloccare la vendita dei beni mobili con un sequestro preventivo. Ho abbastanza per richiederlo — la mancanza di titolo giuridico di Filippo, il tentativo di aggirare l'inventario, i documenti che abbiamo trovato.»

 

«Lo farà?»

 

«Devo parlare con il pubblico ministero. Non è velocissimo.» Una pausa. «Ma posso anche fare una cosa più semplice.»

 

«Quale?»

 

«Posso andare in villa oggi pomeriggio e comunicare a Filippo Collalto che i beni sono sotto attenzione delle autorità in relazione a una indagine in corso. Non è un sequestro formale. Ma è abbastanza per farlo rallentare.»

 

Marco la guardò. «È legale?»

 

«È una comunicazione informale.» Gli occhi di Elena avevano quella lucentezza di chi conosce esattamente i confini delle cose e sa fino a dove si può spingere senza superarli. «Non sto mentendo. C'è effettivamente una indagine in corso.»

 

«Su cosa, ufficialmente?»

 

«Sull'effrazione alla sua bottega,» disse Elena. «E sulla gestione anomala dei beni della famiglia Collalto in assenza di titolo giuridico.» Fece una pausa. «È sufficiente.»

 

Marco rimase in silenzio un momento.

 

«Lei è una persona molto precisa,» disse alla fine.

 

«È il mio lavoro.»

 

«No, intendevo come complimento.»

 

Questa volta qualcosa si mosse sul viso di Elena — non il quasi-sorriso delle volte precedenti, ma qualcosa di più vero, più diretto, che sparì quasi subito come se se ne fosse accorta troppo tardi per impedirlo.

 

«Venga con me in villa,» disse. «Filippo la conosce — la sua presenza renderà il messaggio più concreto.»

 

«Pensavo fossi io quello che indaga per conto suo.»

 

«Lo è.» Elena riprese a camminare. «Ma a volte è utile.»

 

* * *

 

Villa Collalto nel pomeriggio aveva una luce diversa dalla mattina — più calda, dorata, quasi benevola. Il tipo di luce che fa sembrare le cose migliori di quello che sono.

 

Filippo aprì la porta con l'espressione di chi trova sul proprio uscio esattamente quello che temeva.

 

«Marescialla.» Gli occhi scivolarono su Marco. «Sereni.»

 

«Buon pomeriggio,» disse Elena. «Possiamo entrare un momento?»

 

Non era una domanda.

 

Il salone al piano terra era come Marco lo ricordava — i mobili ancora tutti al loro posto, niente ancora smontato o imballato. Buon segno. O forse Filippo aveva solo iniziato dai pezzi meno visibili.

 

«Ho poco tempo,» disse Filippo, rimanendo in piedi.

 

«Capisco.» Elena rimase in piedi anche lei — Marco notò che non si sedeva mai in questi contesti, era una scelta deliberata. «La informo che la Compagnia di Spoleto ha aperto un fascicolo su alcune questioni relative alla famiglia Collalto. Niente di formale ancora — ma i beni mobili della villa sono sotto osservazione nell'ambito di questa attività.»

 

Filippo non cambiò espressione. Ma le dita — quelle stesse dita che tamburellavano sul fianco il giorno prima in bottega — si chiusero lentamente lungo il fianco.

 

«Quali questioni?»

 

«Non posso entrare nei dettagli in questa fase.» Elena era perfettamente neutrale — non ostile, non amichevole. Solo ufficiale. «Le chiedo di non procedere ad alcuna vendita o spostamento dei beni fino a nuovo avviso.»

 

«Non ho nessun obbligo legale di—»

 

«No,» lo interruppe Elena, con gentilezza assoluta. «Nessun obbligo. È una richiesta. Naturalmente è libero di ignorarla.» Una pausa di un secondo. «Ma in quel caso dovrei procedere con misure più formali, il che richiederebbe tempi più lunghi per tutti.»

 

Il silenzio nel salone durò abbastanza da diventare scomodo.

 

«Cos'ha a che fare lui con questo?» disse Filippo, indicando Marco con un cenno della testa.

 

«Il signor Sereni ha subito una effrazione alla sua bottega nella notte tra ieri e oggi,» disse Elena. «È collegato al fascicolo.»

 

Filippo guardò Marco. Marco lo guardò.

 

Nella lunga storia dei silenzi che Marco aveva collezionato in vent'anni di antiquariato — silenzi davanti ai mobili, silenzi nelle trattative, silenzi nelle stanze delle famiglie che vendevano le cose dei morti — quello fu tra i più eloquenti.

 

Filippo sapeva. Non di tutto, forse. Ma sapeva abbastanza.

 

«Farò quello che ritiene opportuno,» disse Filippo alla fine, con la voce piatta di chi ha deciso di non combattere, almeno per ora.

 

«La ringrazio,» disse Elena. «Buon pomeriggio.»

 

* * *

 

Tornarono verso il centro a piedi, lungo il vialetto di cipressi che portava alla strada principale. La luce dorata del pomeriggio filtrava tra i rami e faceva ombre lunghe sul ghiaino.

 

«Ha visto le sue dita?» disse Marco.

 

«Sì.»

 

«Sa dell'effrazione. L'ha ordinata lui.»

 

«Probabilmente.» Elena camminava con le mani ancora in tasca. «Ma probabilmente non di persona — avrà usato qualcuno. Sarà difficile dimostrarlo.»

 

«E il cassetto? Se sa che l'ho aperto...»

 

«Sa che ha trovato qualcosa. Non sa cosa, non sa dove sia adesso.» Elena si fermò all'uscita del vialetto, dove la strada cominciava. «Il fazzoletto è in caserma, in un posto sicuro. I documenti sono stati fotografati e registrati. Anche se Filippo riuscisse a recuperare gli originali, non cambierebbe niente.»

 

Marco si fermò accanto a lei.

 

Stava per dire qualcosa — non sapeva ancora cosa, qualcosa sul caso, su lunedì, su Rafael Moreno e su un figlio segreto che da qualche parte nel mondo non sapeva di avere una storia che lo aspettava. Ma invece rimase in silenzio, guardando i cipressi contro il cielo che cominciava a diventare arancione.

 

«Domani è sabato,» disse Elena, senza preamboli.

 

«Lo so.»

 

«Non ho turno.»

 

Marco la guardò.

 

«Pensavo di andare all'archivio diocesano,» continuò lei, con la stessa voce con cui avrebbe parlato del tempo. «Don Armando mi ha detto che i registri parrocchiali degli anni '40 sono stati digitalizzati in parte. Potrebbe esserci qualcosa su Rafael Moreno — amicizie, contatti, qualcuno con cui era in corrispondenza.»

 

«Gli archivi diocesani aprono il sabato?»

 

«Se conosci la persona giusta, sì.»

 

Marco aspettò.

 

«Lei conosce la persona giusta?» disse alla fine.

 

«No.» Elena lo guardò. «Ma lei conosce don Armando.»

 

Marco rimase un momento in silenzio. Poi: «Alle nove?»

 

«Alle nove,» confermò Elena.

 

Si separarono lì, all'uscita del vialetto — lei verso la caserma, lui verso il centro. Marco camminò per qualche minuto senza pensare a niente di preciso, con quella leggera sensazione di quando una giornata ha dato più di quello che prometteva.

 

Poi pensò a lunedì.

 

Al testamento. Al nome che nessuno si aspettava. A un uomo di nome Rafael Moreno che era partito nella notte del 4 dicembre 1943 e non sapeva — non poteva sapere — che settant'anni dopo, in una villa tra i cipressi di Spoleto, qualcuno stava cercando di capire chi era.

 

Aprì la bottega, accese la lampada sul bancone, si sedette.

 

Cicerone saltò sul bancone e si sistemò accanto alla lampada con l'aria di chi non se ne era mai andato.

 

«Domani,» disse Marco ad alta voce, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

 

Cicerone chiuse gli occhi.

 

Era la sua risposta a tutto.

 

─────────────────────

 

Fine del Capitolo Cinque