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Il giorno del testamento

📅 2026-07-16 ⏱ 9 min lettura logistar.it

 

CAPITOLO SETTE

 

Il giorno del testamento

 

Marco non dormì quasi niente la domenica notte.

 

Non per paura — o almeno, non solo per quello. Era quella sensazione che conosceva bene, la stessa di quando stava finendo il restauro di un pezzo importante e non riusciva a smettere di pensarci: l'oggetto era quasi completo, mancava ancora qualcosa, e la mente continuava a girare intorno a quel punto vuoto anche quando il corpo chiedeva di fermarsi.

 

Si alzò alle sei, scese in bottega in pigiama, accese la lampada sul bancone. Il comò era ancora nell'angolo. Nell'ombra della mattina presto sembrava più grande, più presente — il legno scuro che assorbiva la poca luce invece di rifletterla.

 

Cicerone arrivò dal nulla, come faceva sempre, e saltò sul bancone con l'aria di chi ha già risolto tutti i problemi del mondo e aspetta solo che gli altri si sveglino.

 

«Oggi si apre il testamento,» disse Marco ad alta voce.

 

Cicerone lo fissò.

 

«E qualcuno ha ucciso Filippo Collalto.»

 

Cicerone sbadigliò.

 

«Sei di grande aiuto,» disse Marco, e andò a farsi il caffè.

 

* * *

 

Elena lo chiamò alle otto e dieci.

 

«I risultati preliminari dell'autopsia,» disse, senza preamboli. «Filippo Collalto è caduto dalla Rocca. Ma c'è un ematoma alla base del cranio che non è compatibile con la caduta — è precedente. Qualcuno lo ha colpito prima di spingerlo.»

 

Marco rimase in silenzio un momento.

 

«Omicidio,» disse.

 

«Omicidio.» Una pausa. «Ho convocato Edoardo e Costanza in caserma per questa mattina. Separatamente.»

 

«E il testamento?»

 

«Il notaio Fabbri procede comunque alle undici. È convocato anche il beneficiario esterno — quello che nessuno conosce.» La voce di Elena aveva quella tensione controllata di chi sta tenendo molte cose insieme. «Vorrei che lei fosse lì.»

 

«Allo studio del notaio?»

 

«Sì. Non in veste ufficiale — non posso portarla dentro. Ma vicino.» Una pausa breve. «Come sa fare lei.»

 

Marco guardò il comò nell'angolo.

 

«Alle undici,» disse.

 

«Alle undici.»

 

* * *

 

Prima di andare dal notaio, Marco fece una cosa che non aveva programmato.

 

Andò da Costanza Collalto.

 

Non aveva il suo indirizzo — lo trovò sull'elenco, uno di quei gesti che funzionano ancora solo nelle città piccole. Abitava in Via del Duomo, al secondo piano di un palazzo antico con i balconi in ferro battuto e i vasi di geranio già ritirati per l'inverno.

 

Aprì la porta in vestaglia, i capelli sciolti per la prima volta da quando Marco l'aveva vista. Senza lo chignon severo sembrava più giovane e più stanca insieme.

 

Lo guardò senza sorpresa.

 

«Sapevo che sarebbe venuto qualcuno,» disse. «Non pensavo lei.»

 

«Posso entrare un momento?»

 

Costanza si fece da parte.

 

Il salotto era ordinato con la precisione di chi usa l'ordine come difesa. Tutto al suo posto, tutto pulito, niente di superfluo. Sul muro, tre stampe di paesaggi umbri in cornici identiche. Sul tavolo, una tazza di tè ancora piena.

 

Si sedettero. Costanza non offrì niente — non per scortesia, Marco lo capì subito, ma perché stava usando tutta la sua energia per stare ferma.

 

«Suo fratello Filippo è stato ucciso,» disse Marco, senza cercare giri di parole. «Lo sa già.»

 

«Sì.»

 

«E sa perché.»

 

Non era una domanda. Costanza abbassò gli occhi sulla tazza di tè.

 

«Ho sempre saputo che quella storia sarebbe venuta fuori,» disse alla fine. La voce era piatta, quasi senza tono — la voce di chi ha immaginato questa conversazione così tante volte da non riuscire più a sentirla come reale. «La nonna me lo aveva detto. Non i dettagli — non mi ha mai detto del cassetto, non sapevo delle lettere. Ma sapevo che c'era qualcosa. E sapevo che mio nonno aveva fatto qualcosa di terribile durante la guerra.»

 

«Lo sapeva da quanto tempo?»

 

«Da sempre. O quasi.» Costanza alzò gli occhi. «Quando avevo dodici anni ho sentito mio padre e mia nonna litigare. Non capivo tutto — ma ho capito le parole "lista" e "ebrei" e "non si può sapere". Dopo non ne hanno mai più parlato in mia presenza.»

 

Marco aspettò.

 

«Filippo lo sapeva?»

 

«Filippo sapeva tutto. Era il primogenito — mio padre gli aveva detto tutto, quando era grande abbastanza. Era la tradizione di famiglia: il primo maschio porta i segreti.» Le labbra di Costanza si strinsero appena. «A me non hanno detto niente. Ero femmina.»

 

«E Edoardo?»

 

«Edoardo no. Edoardo è sempre stato... fuori. Diverso. La nonna lo amava di più degli altri, proprio perché non era come loro.»

 

Marco rimase in silenzio un momento. Poi: «Costanza, quella mattina alla Rocca — dove era lei?»

 

Costanza lo guardò con un'espressione che non era offesa ma qualcosa di più complicato — la consapevolezza precisa di cosa significasse quella domanda.

 

«A casa,» disse. «Da sola. Non ho un alibi, se è questo che sta chiedendo.» Una pausa. «Ma non ho ucciso mio fratello.»

 

«Chi lo ha fatto, secondo lei?»

 

Costanza rimase in silenzio a lungo. Fuori, una campana suonava — lontana, lenta, il ritmo delle grandi occasioni.

 

«Non lo so,» disse alla fine. «Ma so che Filippo aveva paura di qualcuno. Negli ultimi giorni riceveva telefonate che non voleva che sentissi. Usciva in fretta. Aveva quell'aria...» Si interruppe. «Quell'aria di chi sta cercando di gestire qualcosa che è già fuori controllo.»

 

Marco si alzò.

 

«Grazie, Costanza.»

 

Lei non si alzò. Rimase seduta con le mani intorno alla tazza di tè freddo, come se il calore potesse tornare se aspettava abbastanza.

 

«Quella lista,» disse, mentre Marco era già sulla soglia. «Le famiglie — si può ancora fare qualcosa? Per loro, intendo. Per i nomi.»

 

Marco si girò.

 

«Sì,» disse. «È esattamente quello che succederà.»

 

Costanza annuì, lentamente, come se fosse la prima cosa in giorni che aveva un senso.

 

* * *

 

Via Brignone alle undici meno dieci era silenziosa come solo le strade con gli studi notarili sanno essere — quella quiete formale che invita a parlare sottovoce anche all'aperto.

 

Marco si sistemò sotto lo stesso portico di venerdì, con un caffè in mano che questa volta era ancora caldo. Aspettò.

 

Alle undici meno cinque arrivò Edoardo, con il cappotto grigio e la faccia di chi non ha dormito. Entrò senza guardarsi intorno.

 

Alle undici meno due arrivò Costanza, che Marco non si aspettava di rivedere così presto — aveva evidentemente fatto in fretta. Anche lei entrò senza alzare gli occhi.

 

Alle undici e uno arrivò un uomo che Marco non aveva mai visto.

 

Sulla sessantina, capelli grigi tagliati corti, un impermeabile color cammello consumato agli spallacci. Camminava con la lentezza di chi non conosce la città e guarda i numeri civici. Si fermò davanti al portone, controllò un foglio che aveva in mano, suonò il campanello.

 

Marco lo guardò fino a quando la porta si chiuse dietro di lui.

 

Poi tirò fuori il telefono e scrisse a Elena: «C'è un uomo che non conosco. Sessanta anni, impermeabile cammello. Appena entrato.»

 

La risposta arrivò in venti secondi: «Lo so. Si chiama Lorenzo Moreno. Abita a Barcellona.»

 

Marco rimase fermo con il telefono in mano.

 

Moreno.

 

* * *

 

Aspettò quarantadue minuti — lo stesso tempo esatto della telefonata di Elena due giorni prima, notò, come se il caso avesse un ritmo suo.

 

Quando il portone si aprì, uscirono nell'ordine sbagliato: prima Costanza, poi Edoardo, poi il notaio Fabbri che si fermò sulla soglia a dire qualcosa a qualcuno ancora dentro. Infine Lorenzo Moreno.

 

Aveva un'espressione che Marco non riusciva a classificare con precisione — non era gioia, non era dolore, non era sorpresa. Era il viso di qualcuno a cui è appena stato detto qualcosa che cambia il modo in cui capisce la propria storia, e non sa ancora se questo sia un bene o un male.

 

Edoardo lo raggiunse sul marciapiede. Si dissero qualcosa — breve, sottovoce. Lorenzo Moreno annuì. Poi si strinsero la mano con la goffaggine di due persone che non sanno ancora come trattarsi ma intuiscono che dovranno imparare.

 

Marco attraversò la strada.

 

Edoardo lo vide arrivare e non si sorprese.

 

«Sereni,» disse. «Questo è Lorenzo Moreno. È...» Si fermò, come se stesse ancora cercando le parole giuste per una cosa per cui le parole giuste non esistevano ancora. «È il figlio di Rafael Moreno. Il figlio che la nonna ha avuto con lui.»

 

Lorenzo Moreno lo guardò con quegli occhi — Marco li riconobbe subito, erano gli occhi della fotografia sul muretto di pietra, gli stessi occhi a distanza di sessant'anni e due generazioni.

 

«Lei è l'antiquario,» disse, in un italiano preciso con una cadenza straniera appena percettibile. «Il notaio mi ha detto di lei. Ha trovato le lettere di mio padre.»

 

«Sì.»

 

Lorenzo Moreno rimase in silenzio un momento. Poi: «Mio padre è morto nel 1987, a Barcellona. Non mi ha mai detto di Spoleto. Non mi ha mai detto di una donna che si chiamava Irene.» Una pausa. «Ho sessantadue anni e ho scoperto stamattina che mia madre biologica era una contessa umbra che mi ha lasciato una villa e un segreto di guerra.»

 

Marco non sapeva cosa rispondere a questo. Di solito, davanti alle cose che non hanno risposta, aspettava.

 

«Le lettere,» disse Lorenzo alla fine. «Posso leggerle?»

 

«Sono agli atti di una indagine,» disse Marco. «Ma sì. Le leggerà.» Fece una pausa. «C'è anche una fotografia. Suo padre e sua madre, in un giardino. Sorridono.»

 

Lorenzo Moreno abbassò gli occhi sul marciapiede. Quando li rialzò aveva quell'espressione lì — quella che Marco aveva imparato a riconoscere nelle famiglie che vendevano le cose dei loro morti, quando capivano che un oggetto racchiudeva più storia di quanta potessero gestire in una volta sola.

 

«Grazie,» disse, piano.

 

* * *

 

Elena lo chiamò alle sei del pomeriggio.

 

«Edoardo ha un alibi per sabato mattina,» disse. «Era a Perugia dalla sera prima — conferma dell'albergo, del ristorante, di due amici. Non poteva essere alla Rocca alle sette.»

 

«E Costanza?»

 

«Costanza non ha alibi. Ma non ha nemmeno un motivo che regge — Filippo morto non cambia la sua quota di eredità. Anzi, la complica.»

 

«Allora chi?»

 

«Qualcuno che Filippo stava cercando di gestire,» disse Elena. «Ricorda quello che ha detto Costanza — le telefonate, l'aria di chi ha qualcosa fuori controllo.» Una pausa. «Ho chiesto al tabulato del suo telefono. Nell'ultima settimana ha chiamato tre volte lo stesso numero. Un numero che non è registrato a nessun nome.»

 

«Un telefono prepagato.»

 

«Sì. Ma la cella che ha agganciato sabato mattina era qui a Spoleto. Qualcuno che conosce la città.»

 

Marco rimase in silenzio.

 

«Viene a cena?» disse Elena, con la stessa voce con cui avrebbe detto qualsiasi altra cosa.

 

Marco quasi non ci credette.

 

«Scusi?»

 

«Ho cucinato troppo. È una cosa che mi succede quando sono sotto pressione.» Una pausa appena percettibile. «Se ha già mangiato, non importa.»

 

«Non ho ancora mangiato,» disse Marco.

 

«Bene.» Elena gli mandò l'indirizzo via messaggio. «Tra un'ora.»

 

Marco rimase un momento con il telefono in mano, nel silenzio della bottega.

 

Poi guardò il comò nell'angolo — quel pezzo straordinario che aveva cominciato tutto, che aveva aspettato settant'anni che qualcuno guardasse nel posto giusto.

 

«Ci siamo quasi,» disse, senza sapere bene a chi.

 

Cicerone aprì un occhio dal bancone.

 

Marco prese la giacca, spense la lampada, uscì.

 

Fuori, Spoleto aveva l'aria di quelle sere di novembre in cui il freddo non è ancora vero freddo ma ci assomiglia abbastanza da far venire voglia di stare al caldo — magari con qualcuno che ha cucinato troppo per via della pressione, in un appartamento che non si conosce ancora ma si immagina preciso e ordinato, con le stampe al muro tutte in fila e il tè sempre troppo freddo.

 

O forse no. Forse era solo una cena.

 

Marco decise che per stasera poteva non saperlo.

 

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Fine del Capitolo Sette