È stato, come si è detto, tra i più importanti generali italiani nel 1915-18, certamente il più innovativo, convinto dei vantaggi della manovra sul campo, pur costretto suo malgrado e con sofferenza personale a decimare vanamente i reparti contro le difese austroungariche insuperabili, eseguendo gli ordini del Comando Supremo di offensiva frontale ad ogni costo. Colse le opportunità di allargare i suoi uomini sul terreno, tutte le volte che gli si rese possibile manovrare, con aggiramenti e superamenti, senza intestardirsi nel cozzare contro gli ostacoli nemici. E questo, tanto all’offensiva (Piave, ottobre 1918 e l’anno prima Altopiano della Bainsizza, XI battaglia dell’Isonzo, estate 1917) che nella ritirata in autunno dalle linee carsico-isontine nel Friuli.
Potremmo considerarlo anche l’anti Cadorna (fermo al cocciuto “attacco frontale e ammaestramento tattico”, per logorare l’avversario), parafrasando il noto saggio di Pier Paolo Cervone, Enrico Caviglia l’anti Badoglio (Mursia, 1992). Il giornalista e storico di Finale Ligure sottolineava la rivalità del concittadino con il maresciallo piemontese, a metà del secondo conflitto mondiale. Caviglia rischiò di ricevere il pesante incarico di capo del Governo dopo l’arresto di Mussolini, il 25 luglio 1943, ma il re preferì Badoglio. Straordinaria e ancora studiata la decisiva “manovra diagonale”, da lui ordinata alla VIII Armata, una volta attraversato il Piave, il 28 e 29 ottobre 1918.
In questo saggio, in cui dettaglia le tre battaglie sul fiume (quella d’arresto nel novembre 1917, la resistenza all’offensiva austroungarica tra il 15 e il 24 giugno 1918 e infine la riscossa di Vittorio Veneto), si sofferma sulla sua direttiva di avanzare in profondità, “niente fortificare, niente teste di ponte”, evitando attacchi frontali contro le resistenze nemiche e non fermandosi a consolidare le linee. In pratica, trasformava la tattica innovativa delle truppe d’assalto, gli arditi, in una strategia offensiva campale. Aggiramento e infiltrazione, scavalcare le difese senza affrontarle, penetrare alle spalle e ai fianchi, sfruttando lo slancio iniziale delle truppe per costringere gli austroungarici alla ritirata disordinata e continua, anziché ingaggiare battaglie di esaurimento sul posto.
La sera del 27 ottobre 1918, al comando della forte VIII Armata a Nervesa, notato che la piena del Piave e l’artiglieria austriaca distruggevano i ponti di barche, impedendo il passaggio, decise di scendere a valle, alle Grave di Papadopoli, per usare i ponti gettati dalla X Armata del generale britannico Lord Cavan. Raggiunta la testa di ponte inglese sulla sinistra fiume, le sue divisioni deviarono lateralmente verso nord. Presero alle spalle e di fianco gli austriaci a Nervesa e correndo con truppe mobili, cavalleria e autoblindo verso Vittorio Veneto, separarono le armate nemiche del Piave e del Grappa-Altipiani, vincendo la guerra in poche ore. Vienna venne costretta all’armistizio, a riconoscere la resa, come a parti invertite aveva ipotizzato Cadorna per l’Italia battuta nell’Alto Isonzo. Il 3 novembre 1917, constatato vano attestarsi sul Tagliamento, aveva adombrato provvedimenti governativi interpretati come la proposta di trattare col nemico. Il generalissimo venne sostituito il 9 novembre da Diaz.
Tuttavia, Caviglia è generoso col superiore di Pallanza (deceduto nel 1928), gli riconosce di avere affrontato a testa alta la fortuna avversa.
Ritirò l’esercito dietro al Piave; scelse la nuova fronte difensiva con la completa conoscenza dei suoi caratteri strategici e tattici; schierò con rapidità e precisione le nostre rimanenti forze sulle nuove posizioni. Questo fu il suo capolavoro.
La situazione dell’Esercito italiano, pur duramente indebolito e inferiore in forze al nemico, era recuperabile, migliore di un mese prima sull’Isonzo