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Capitolo 3: L'Arte di Criticare Senza Proporre
# Capitolo 3: L'Arte di Criticare Senza Proporre
**Il verbo**
Il verbo più usato in Italia dopo «mangiare» è «dovrebbero».
Ha una struttura grammaticale perfetta: un condizionale, che garantisce la prudenza, e una terza persona plurale, che garantisce l'alibi. *Dovrebbero* fare qualcosa. Chi, non è dato sapere. Che cosa, è sempre chiarissimo: qualcosa di diverso da quello che stanno facendo.
«Dovrebbero sistemare quella strada.» «Dovrebbero mettere più controlli.» «Dovrebbero fare come in Svizzera.» «Dovrebbero mandarli tutti a casa.» Il soggetto è un popolo invisibile e onnipotente, una specie di governo ombra che siede da qualche parte, in una stanza con le tende pesanti, a non fare quello che dovrebbe.
Notate l'eleganza. Chi dice «dovrebbero» non dice «dovrei», e non dice nemmeno «dovremmo». Si colloca fuori dalla scena, in platea, con i piedi sulla poltrona davanti. Lo spettacolo è brutto, ma non per colpa sua: lui ha solo comprato il biglietto.
**Il cattivo gusto della soluzione**
C'è una regola non scritta, che tutti conosciamo e nessuno ha mai osato formulare: proporre è volgare.
Provate, in un qualunque discorso da bar, a dire «e se invece facessimo così?». Il bancone si ferma. Il barista smette di asciugare il bicchiere. Qualcuno tossisce. Avete violato il patto. Eravamo lì per constatare lo sfacelo, insieme, come si fa a un funerale, e voi avete portato un'idea. Un'idea! Come presentarsi a una veglia con la lista della spesa.
Il guaio della soluzione è che si può sbagliare. Una soluzione è esposta, concreta, verificabile: qualcuno può dirvi che non funziona, e peggio, può avere ragione. Il lamento invece è un'opera perfetta. Non ha un bersaglio che si possa colpire, perché non fa affermazioni, ma solo sospiri. Non si può smentire un sospiro.
Per questo l'elenco di ciò che non va viene considerato, in Italia, un atto di purezza morale. Chi elenca è dalla parte giusta. Chi propone si sporca le mani, si compromette, e prima o poi finisce a dover giustificare quello che ha proposto. Meglio restare puliti. Si può vivere una vita intera con le mani immacolate, bastano dei guanti e un elenco.
**Dovrebbero, nelle sue varianti**
Il «dovrebbero» non esiste in una sola forma. Ne conosco almeno quattro, e le ho classificate con la pazienza di un entomologo.
**Il dovrebbero nostalgico.** «Dovrebbero tornare come una volta.» Una volta quando, non si specifica. Il passato in cui si stava meglio ha il vantaggio di non avere un anno preciso: si sposta con noi, e ha sempre vent'anni meno di quelli che abbiamo.
**Il dovrebbero estero.** «Dovrebbero fare come in Germania.» Non si sa cosa facciano in Germania, di preciso, ma è chiaro che lo fanno bene. Da nessuna parte funziona così bene come nei Paesi dove non abbiamo mai vissuto.
**Il dovrebbero sanguinario.** «Dovrebbero metterli tutti al muro.» È il più appassionato, ed è sempre pronunciato con un cappuccino in mano. Non ha mai portato a nulla di concreto, e di questo dobbiamo essere grati.
**Il dovrebbero ovvio.** «Basterebbe così poco.» Questo è il più sublime. Afferma che la soluzione esiste, che è semplicissima, e che nessuno dei milioni di persone pagate per trovarla ci è arrivato. Non la dice, ovviamente. Se la dicesse, si vedrebbe che non è così semplice.
**Il Critico Professionista**
Arriviamo, a questo punto, a una figura che merita un posto d'onore: il Critico Professionista.
Il critico dilettante critica quando le cose vanno male. È comprensibile, quasi sano. Ha un motivo, ha un'occasione, e quando la situazione migliora, si placa. Non è un vero critico: è un cittadino arrabbiato, e ce ne sono ovunque.
Il Professionista critica quando le cose vanno bene.
Lo riconoscete subito. Il treno è arrivato in orario? «Sì, stavolta.» Il ristorante era ottimo? «Sì, ma vedrete che tra sei mesi cala.» La squadra ha vinto cinque partite di fila? «Sì, ma contro chi?» Il figlio si è laureato con lode? «Sì, ma in cosa, poi, ci si laurea oggi.» Nessun successo lo può fermare, perché il successo è, per lui, solo un fallimento ancora da accertare.
Ha affinato una tecnica che chiamo della *concessione avvelenata*: ammette il merito, ma solo come premessa del difetto. «Bello, eh, ma…» È il «ma» il vero protagonista della frase, e tutto quello che viene prima è preliminare. Un «bello» seguito da un «ma» non è un complimento: è un'autopsia con le condoglianze.
Il Critico Professionista ha un'etica del lavoro invidiabile. Non va mai in ferie, non ha mai un giorno storto, non ha mai bisogno di un pretesto. Se mancano i difetti, li inventa, e se non li inventa, li anticipa. Un giorno, al mare, in una giornata perfetta, con il mare piatto e nessuna nuvola, ne ho visto uno guardare l'orizzonte e mormorare: «Troppo bello. Non mi piace.»
Ho provato una sincera ammirazione. Era un artista.
**Il silenzio del giorno dopo**
C'è una piccola cosa che voglio dire, prima di chiudere, e la dico a voce bassa.
Nel mio lavoro di osservatore ho notato che il «dovrebbero» ha un effetto collaterale. Chi lo usa per anni smette, lentamente, di cercare i propri «dovrei». Non lo fa con cattiveria. Semplicemente, il muscolo si atrofizza. Si perde l'abitudine di guardare la strada rotta chiedendosi se si può, magari, fare una telefonata. Si perde, soprattutto, l'abitudine di pensare di poter essere, in qualche modo, il soggetto della frase.
Chi aspetta «loro», alla fine, invecchia con la stessa domanda di quando ha cominciato: ma loro, chi?
Ma è un pensiero serio, e i pensieri seri, ve l'ho promesso, arrivano più avanti. Per ora, rilassatevi. Fuori piove, il governo è quello che è, e qualcuno, da qualche parte, dovrebbe proprio fare qualcosa.
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Ho evitato di sconfinare nel capitolo 8 (il critico incompetente) e ho lasciato solo un accenno amaro in chiusura, come nei capitoli precedenti. Vuoi che passi al capitolo 4, la critica familiare?
Fonte originale
https://claude.ai/chat/77e7c6b6-4926-4d70-848b-e5b2e946b872