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Capitolo 6: La Critica Sportiva

📅 2026-10-02 ⏱ 5 min lettura logistar.it

Capitolo 6: La Critica Sportiva

La Messa della domenica pomeriggio

Prima di parlare di politica, bisogna parlare di calcio. Non per ordine di importanza, che sarebbe una discussione lunga e finirebbe male, ma per ordine di sincerità. In politica, almeno in teoria, si dovrebbe votare per qualcosa. Nel calcio no: si tifa, e nessuno ha mai preteso che il tifo avesse un programma.

Il calcio è l'unico argomento su cui in Italia esistono sessanta milioni di esperti, tutti con titolo di studio: il patentino da bar. Non serve un esame. Basta aver visto una partita, o averne sentito parlare, o semplicemente avere un cognato. Da quel momento si è abilitati a giudicare moduli, sostituzioni, scelte di mercato e il carattere di uomini che non si sono mai incontrati.

E la cosa straordinaria è che nessuno lo trova strano. L'allenatore ha fatto vent'anni di panchine, di corsi, di spogliatoi. Il critico ha fatto vent'anni di divano. Ma sul risultato si è alla pari, perché il risultato è sotto gli occhi di tutti, e quello che è sotto gli occhi di tutti, in Italia, è di competenza di tutti.

Il Commissario Tecnico di sessanta milioni

Ogni quattro anni, o ogni volta che la Nazionale gioca, l'Italia si scopre una repubblica fondata sul CT abusivo.

Ognuno ha la sua formazione ideale, ovviamente diversa da quella ufficiale e ovviamente migliore. Ognuno sa chi andava convocato, chi andava lasciato a casa, chi andava messo al centro e chi sulla fascia. Se si vince, il merito è dei giocatori. Se si perde, la colpa è dell'allenatore, che «non ha capito niente», e di quello che ha scelto lui al posto di quello che avrei scelto io.

Il fenomeno più bello è la sostituzione postuma. Al novantesimo minuto, a risultato acquisito, tutti sanno che cambio andava fatto al sessantesimo. Nessuno l'aveva detto al sessantesimo, ma tutti l'avevano pensato. È l'applicazione sportiva della critica postuma del capitolo due: io lo dicevo, anche se non l'aveva sentito nessuno, nemmeno io.

Il lessico del tifoso

Il tifoso parla una lingua sua, composta da poche formule di enorme resa.

«Non c'è più il calcio di una volta.» La nostalgia sportiva ha un vantaggio sulle altre: ha i filmati. Il calcio di una volta, rivisto oggi, andava a una velocità da moviola e aveva un tasso di errori tecnici impressionante. Ma nella memoria è un balletto, e nessuno ha intenzione di rovinarlo.

«È tutto truccato.» Teoria onnicomprensiva, che spiega ogni sconfitta senza richiedere prove. Se si perde, è colpa dell'arbitro. Se si vince, l'arbitro ha fatto il suo dovere, anzi, poteva fare di più. L'arbitro è l'unica figura pubblica che riesca a essere insieme il responsabile di tutto e il testimone di niente.

«I giocatori di oggi pensano solo ai soldi.» Pronunciata, di solito, da chi lavora tutto l'anno aspettando la tredicesima. L'invidia, qui, si traveste da moralismo, e ci sta benissimo.

«Ai miei tempi.» Formula universale, già conosciuta. Nel calcio assume una forma speciale: ai miei tempi giocavano con il pallone di cuoio e i denti rotti, e questo viene presentato come un titolo di merito.

Il tifoso e la squadra: un matrimonio

Il rapporto tra un tifoso e la sua squadra è l'unico matrimonio italiano che si celebra davvero «nella buona e nella cattiva sorte», e in cui il tradimento è, giustamente, il peccato più grave.

Ma è anche un matrimonio dove si litiga ogni giorno. Il tifoso ama la squadra come si ama una moglie che non ha scelto: ereditata dal padre, dal nonno, o dal quartiere. E come ogni amore ereditato, lo esprime soprattutto criticando. Se la squadra vince, «sì, ma non ha giocato bene». Se perde, «lo sapevo». Se pareggia, «peggio che perdere». È l'unico ambito in cui l'insoddisfazione sia considerata una prova di fedeltà: chi non si lamenta, in fondo, non ci tiene.

Il tifoso contento, per questo, è una figura rara e leggermente sospetta. Dopo una vittoria, vaga per il bar con l'aria di chi ha dimenticato qualcosa. Poi lo trova: la prossima partita.

Il calcio-mercato, o il sogno collettivo

Un capitolo a parte merita l'estate, quando il campionato si ferma e la critica, per non restare senza lavoro, si trasferisce al calciomercato.

Qui il tifoso dà il meglio di sé. Si innamora di giocatori che non ha mai visto giocare, si indigna per le cifre di cui non può disporre, e dichiara «vergogna» quando un dirigente fa la cosa più banale che un dirigente possa fare: vendere. Passa le settimane a trattare con presidenti immaginari, e quando la squadra compra un giocatore diverso da quello sognato, dichiara con serenità che «la società non ha ambizioni».

È la stagione più felice dell'anno. Tutto è possibile, niente è ancora accaduto, e la critica gira a pieno regime senza il fastidio del campo.

I commentatori del giorno dopo

Non possiamo ignorare i moviolisti, i talk show del lunedì e le trasmissioni dove si litiga sulla partita per tre ore. Sono le nostre grandi scuole di dialettica, dove un uomo con la cravatta rivendica un fuorigioco di quattro centimetri con una passione che nessuna questione politica gli ha mai strappato.

Qui la critica sportiva diventa istituzione. Si ha un contraddittorio, un moderatore, un pubblico a casa. Si riguarda l'azione al rallentatore, da quattro angolazioni, con il disegno a pennarello sullo schermo. E alla fine, immancabilmente, si arriva alla stessa conclusione: ognuno aveva ragione, e la partita era comunque da rifare.

È un meraviglioso paradosso. Si tratta di un gioco che dura novanta minuti, e se ne parla per novantasei ore.

La domenica sera

Una parola, prima del fischio finale.

Il calcio è, probabilmente, l'ultimo posto in cui un italiano si sente parte di qualcosa. Non importa se si vince o si perde. Importa che ci sia qualcuno con cui dolersi. Il tifo è una forma di comunità, e la critica sportiva ne è il linguaggio quotidiano: l'unica lingua in cui due sconosciuti, in una sala d'attesa, possono diventare amici in tre minuti. «Hai visto ieri?» «Una vergogna.» «Eh, già.»

Hanno litigato, hanno concordato, si sono capiti. Nessuno dei due, probabilmente, ha mai giocato a calcio in vita sua.

Ed è bellissimo così.


Ho dato al capitolo il numero 6 dividendo il vecchio 5 in due, ma conviene rinumerare tutto alla fine. Ho evitato nomi di allenatori, giocatori o arbitri reali, per lo stesso motivo dei capitoli precedenti. Ora scrivo il capitolo sulla critica politica, così il parallelismo con questo (il tifoso e l'elettore) funziona?