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La Critica Politica

📅 2026-10-02 ⏱ 5 min lettura logistar.it

# Capitolo: La Critica Politica **La seconda religione** Dopo il calcio, la politica. Ma attenzione: qui il tifo si traveste da ragionamento, e chi ci casca è convinto di avere delle idee, quando in realtà ha una maglia. Il parallelo con il capitolo precedente è perfetto, e non è una coincidenza. Il tifoso e l'elettore sono la stessa persona in due momenti diversi della settimana. Il sabato e la domenica giudica l'allenatore, il lunedì giudica il governo, e non cambia nemmeno il tono di voce. Cambiano i nomi, restano i gesti: le braccia al cielo, il sospiro, il «ma dai, ma vi sembra normale?». Un giorno scoprirete che il vostro vicino, quello che a calcio urla «venduti!», in politica dice «ladri!». Sono sinonimi. Ed è la stessa parola, detta con la sciarpa diversa. **Il tifoso e l'elettore** Guardiamoli da vicino. **Il tifoso** sceglie la squadra da bambino, per ereditarietà o per quartiere, e non la cambia più. Può soffrire, può imprecare, può giurare ogni domenica che «questa è l'ultima volta». La domenica dopo è lì. **L'elettore** fa lo stesso, con una variante: sostiene di aver scelto liberamente. Di aver letto, confrontato, pesato. In realtà vota come votava il padre, o come votano gli amici, o contro chi ha votato il cognato. Il programma, quando c'è, lo legge dopo, per capire cosa ha votato. Entrambi hanno poi lo stesso rapporto con l'avversario. Non lo giudicano: lo **squalificano**. Non si discute con l'avversario, perché l'avversario ha torto per definizione, come l'arbitro. Se fa una cosa giusta, è un caso. Se ne fa una sbagliata, è la conferma. Se non fa niente, sta preparando qualcosa. **Il principio fondamentale** Esiste una frase che regge l'intero edificio della critica politica italiana. Se la togliete, tutto crolla. Ed è questa: **«Tanto sono tutti uguali.»** È una frase di una potenza straordinaria. Con quattro parole, sistema ogni questione: giudica tutti, assolve se stessi e dispensa dal dovere di informarsi. Perché, se sono tutti uguali, non serve sapere chi ha fatto cosa. Non serve leggere, confrontare, distinguere. Non serve nemmeno andare a votare, il che è convenientissimo, perché la domenica c'è la partita. La sua bellezza è che sembra una critica radicale e invece è una **resa elegante**. Chi la pronuncia si sente lucido, disincantato, al di sopra delle parti. Ha capito il gioco. Non si fa fregare. E nel frattempo lascia a chi vota il compito di decidere per lui, senza nemmeno il disturbo di dire grazie. La variante calcistica, lo sappiamo, è **«tanto siamo sempre gli stessi»**: la stessa rassegnazione, applicata al centrocampo. E la loro somiglianza dovrebbe farci riflettere, se avessimo voglia di riflettere. Ma abbiamo la partita. **Il lessico del cittadino indignato** Come ogni religione, anche questa ha le sue formule liturgiche. **«Hanno pensato solo a loro.»** Vale per chiunque abbia governato, in qualunque epoca. È una sentenza collettiva, senza imputati. **«Prima si stava meglio.»** Il nostalgico politico. Si rimpiange un'epoca in cui, ai tempi, si diceva esattamente che si stava meglio prima. **«Con loro non è cambiato niente.»** Detta il giorno dopo le elezioni, a volte il giorno stesso, con il tono di chi ha atteso con pazienza un miracolo e ne è stato deluso. **«Io non c'entro con la politica.»** Fra le più belle: detta da chi ne parla ogni giorno, per ore, con le vene sul collo. La politica è sempre degli altri, anche se si passano le serate a occuparsene. **«Non ci rappresenta nessuno.»** L'ultima frontiera. Chi la pronuncia in realtà dice che nessuno è all'altezza dell'idea che ha di sé, e che sarebbe l'unico candidato possibile, se mai ci fosse un'elezione tra due persone: lui e lui. **Il bar come Parlamento** Il vero parlamento italiano, si sa, non è a Roma. È al bar, dove ogni mattina si riuniscono, senza convocazione, gli onorevoli del bancone. Qui si decidono le sorti del Paese con una rapidità che le aule istituzionali non conoscono. Una frase, un cenno, un «hai ragione», e la riforma delle pensioni è passata. Si sa tutto: cosa avrebbe dovuto fare il ministro, cosa avrebbe fatto qualunque persona sensata, come si risolve in tre mosse un problema che per altri dura trent'anni. Le soluzioni, tuttavia, restano rigorosamente orali. Non vengono verbalizzate, non vengono proposte, non vengono mai messe alla prova. Perché sarebbe, come abbiamo visto, di cattivo gusto. La critica politica del bar è un **governo ombra senza ministeri**, ricchissimo di idee e privo di una scrivania dove portarle. **Il programma del partito che non ho votato** Una particolarità della critica politica è che non si rivolge solo ai governi, ma anche a **tutte le opposizioni possibili**. Chi governa è criticato perché governa. Chi è all'opposizione è criticato perché non governa, e perché, quando governava, ha fatto peggio. Il nuovo che arriva è criticato perché è nuovo, e il vecchio perché è vecchio. Il giovane è inesperto, l'anziano è superato, il tecnico non è eletto, l'eletto non è tecnico. Non esiste una combinazione di caratteristiche che sfugga all'obiezione. Il politico perfetto, per il cittadino indignato, sarebbe un uomo competente ma non distaccato, onesto ma non ingenuo, popolare ma non demagogo, fermo ma non rigido, che non costa niente e risolve tutto. Un uomo così, se esistesse, sarebbe criticato per essere troppo perfetto. **L'alternanza, ovvero la giostra** Così la storia politica del Paese si ripete con la regolarità di un'altalena. Arriva un governo, e ci si indigna. Arriva il successivo, e ci si indigna meno, ma si rimpiange il precedente. Poi arriva un terzo, e si rimpiange il secondo, che prima si era maledetto. Il rimpianto del governo passato è la forma più curiosa della critica politica: si apprezza solo quando non c'è più, esattamente come i fidanzati. E in mezzo, immobile, c'è il cittadino. Sa tutto, vede tutto, giudica tutto. Ha una sola obiezione al sistema, che racchiude tutte le altre: **nessuno gli ha chiesto cosa ne pensasse**. Il che è curioso, perché ogni cinque anni, più o meno, glielo chiedono. Ma lui non ricorda, quel giorno c'era la partita. **Il conto, al seggio** Anche stavolta, una parola prima di chiudere. Il guaio della critica politica totale è che somiglia moltissimo a una forma di **sfiducia verso se stessi**. Se tutti sono uguali e nulla può cambiare, chi vota? Chi si impegna? Chi prova? La critica, nata come strumento di controllo, diventa alibi. Mi tengo fuori, e così mi tengo pulito. Ma uno Stato dove tutti stanno fuori è uno Stato in mano a chi sta dentro, e di solito sono proprio quelli che avevamo criticato. È un meccanismo delicato e crudele: più critichiamo senza partecipare, più lasciamo il campo libero a ciò che criticavamo. E più cresce la critica, più cresce la delusione, che a sua volta alimenta la critica. Un circolo che si autoalimenta, come tutti i circoli viziosi, con grande efficienza. Domenica, al seggio, c'è poca gente. Si vede dal fatto che al bar, il lunedì, c'è tutta. Ordinano il solito caffè. «Tiepido», dice qualcuno. «Come sempre», dicono gli altri. E la democrazia, intanto, aspetta in fila. --- Anche qui ho caricaturato **comportamenti e modi di dire**, senza nominare partiti, leader o governi reali: il capitolo vale per qualunque schieramento, e il mugugno resta equo. Ho ripreso formule del capitolo sullo sport (il tifoso, «tanto siamo sempre gli stessi», il bar) per far funzionare il parallelismo. Prossimi passi possibili: il **capitolo 6 (Critico Digitale)**, il **7 (Autodistruzione)** o la **rinumerazione completa** dell'indice. Quale preferisci?