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Capitolo 14: Sanremo, o la Critica Unanime

📅 2026-10-02 ⏱ 5 min lettura logistar.it
# Capitolo 14: Sanremo, o la Critica Unanime **Il rito che nessuno guarda** Ogni anno, a febbraio, l'Italia si divide in due categorie: chi guarda Sanremo e chi dichiara di non guardarlo. La seconda è molto più numerosa, ed è curiosamente la più informata. «Io non lo guardo.» È la frase d'apertura, pronunciata con la serenità di chi ha scelto la via alta. Poi, il giorno dopo, al bar: «Hai visto com'era vestito quello?» «No, io non l'ho visto, ma ho sentito dire che...» E da lì, per quaranta minuti, **un non spettatore descrive con dovizia di particolari uno spettacolo che non ha mai visto**. Sa chi ha steccato, chi è stato eliminato, quale ospite ha fatto un discorso fuori luogo. Le notizie, evidentemente, gli sono arrivate per osmosi. Sanremo è l'unico evento nazionale dove **la critica precede la visione**. Si comincia a giudicare a dicembre, quando escono i nomi dei cantanti, e si prosegue per tutta la settimana, in diretta, nei commenti sui social. Poi, a festival finito, per mesi: la critica postuma, in versione musicale. **Il telecomando in mano** Qui c'è un paradosso che meriterebbe uno studio. Un popolo intero, per cinque sere, si lamenta di uno spettacolo **di cui ha il telecomando in mano**. Basterebbe cambiare canale. Ma nessuno cambia, perché cambiare canale significherebbe perdere il diritto di lamentarsi, e quel diritto vale più di qualunque film. Si resta lì, sul divano, a guardare con occhio severo ciò che si dichiara insopportabile. È la forma più pura di masochismo televisivo: **si guarda per poter dire che fa schifo**. La famiglia si divide in ruoli precisi. La nonna: «Ai miei tempi sì che si cantava.» Il padre: «Queste non sono canzoni.» Il figlio: «Sono tutti raccomandati.» La madre, dalla cucina: «Basta, che è tardi», spegnendo il televisore, e riaccendendolo tre minuti dopo per vedere come va a finire. **Il lessico del festival** Ogni anno ritornano le stesse formule, con una puntualità che sfida le stagioni. **«Ai miei tempi c'erano le canzoni.»** Il classico. Valida per qualunque annata, perché i tempi di chi parla sono sempre quelli in cui la musica era migliore, cioè quando aveva vent'anni. **«Non capisco una parola.»** Detto con orgoglio, come un titolo di nobiltà. La difficoltà di comprensione diventa prova della scarsa qualità, mai dell'età di chi ascolta. **«Sono tutti uguali.»** La formula politica, importata nello spettacolo. Venticinque cantanti, venticinque stili diversi, un solo verdetto. **«Cos'è, un travestimento?»** Per qualunque abito che non sia un completo scuro. L'eccentricità è accolta come un affronto, e poi dimenticata, tranne che nelle imitazioni del giorno dopo. **«Con tutti i problemi che ci sono...»** La frase più amata dagli indignati: *con tutti i problemi che ci sono, si perde tempo con queste cose*. Pronunciata alle undici di sera, davanti al televisore acceso, ha il fascino di un'autocritica che non arriva mai a destinazione. **La giuria di sessanta milioni** Come per il calcio, anche qui esiste il **giurato abusivo**. Ognuno ha il suo vincitore ideale, che non ha vinto, e il suo scandalo, che non è mai abbastanza grande. Le classifiche sono sempre «sbagliate». Il vincitore è sempre «un po' una sorpresa», o «una scelta di marketing», o «la vittoria dell'industria». Chi ha votato non lo ammette: il voto, per definizione, è sempre degli altri. Nessuno ha mai conosciuto qualcuno che abbia votato il vincitore, eppure ogni anno qualcuno vince, con milioni di preferenze. Resta uno dei grandi misteri del Paese. E poi ci sono le polemiche, che sono il vero spettacolo. L'abito troppo scollato, la battuta fuori posto, il monologo ritenuto troppo lungo o troppo corto, il presentatore che ha detto una cosa, o non l'ha detta. Nel giro di mezz'ora, i social si riempiono di indignazioni in diretta, e a mezzanotte il Paese ha già emesso trecento sentenze, tutte definitive e tutte diverse. **L'unico momento in cui siamo uniti** Eppure, a guardare bene, c'è qualcosa di bellissimo in tutto questo. Sanremo è, forse, l'ultimo evento in cui **tutti parlano della stessa cosa nello stesso momento**. In un Paese diviso su tutto, dove ormai ognuno vive in un proprio schermo, c'è una settimana all'anno in cui il vicino, il collega, la nonna e il nipote hanno un argomento in comune. Non importa se lo guardano o lo disprezzano: ne parlano. E per parlarne bisogna per forza **ascoltare l'altro**, anche solo per dirgli che ha torto. La critica a Sanremo funziona da collante nazionale come poche altre cose. Un ottantenne e un quindicenne, che durante l'anno non si scambiano dieci parole, possono litigare con passione per venti minuti su un cantante. Sul serio, litigano. Ma in quel litigio, per una volta, si **riconoscono**: hanno visto la stessa cosa, hanno sentito la stessa canzone, e ognuno pensa che l'altro non capisca niente. È una forma di unità nazionale, di cui nessuno si accorge: **un Paese compatto nell'indignazione, e quindi, a modo suo, in famiglia**. **La canzone che resta** C'è un ultimo fenomeno, il più bello. Ogni anno, tra venticinque canzoni accolte con scherno, ce n'è una che a marzo la gente canticchia in macchina. Non lo ammette. Dice che è «orecchiabile, ma niente di che», che «ha fatto il suo tempo», che «non è una vera canzone». Ma la sa a memoria. La canta sotto la doccia, la fischietta al supermercato. E tra dieci anni, quando passerà alla radio, qualcuno dirà, con un'improvvisa dolcezza: **«Questa sì che era una bella canzone.»** Quella stessa canzone che a febbraio era stata un'offesa al buon gusto. Il tempo, grande restauratore, trasforma la critica in nostalgia, e la nostalgia in ricordo di quando eravamo giovani, e nessuno sapeva ancora che avremmo avuto ragione a lamentarci. **Il conto, a sipario chiuso** Una parola prima dello spegnimento. Domenica, a festival concluso, il Paese torna alla sua faccia ordinaria. I cantanti spariscono, gli ospiti si dimenticano, le polemiche si dissolvono. Resta, sul tavolino del salotto, un telecomando. Nessuno lo guarda. Eppure, per cinque sere, tutti abbiamo avuto qualcosa da dire e qualcuno con cui dirlo. Il nonno ha parlato al nipote. Il marito ha chiamato la moglie dalla cucina per mostrarle una scena. Il collega ha mandato un messaggio all'amico che non sentiva da mesi: «Hai visto?» «Una vergogna.» «Eh già.» Una vergogna, certo. Ma è stata *nostra*. Basta aspettare un anno. Ricomincerà a dicembre, con i nomi dei cantanti. Qualcuno, già allora, dirà: «Io quest'anno non lo guardo.» --- Ho caricaturato **comportamenti e formule** senza nominare cantanti, presentatori o edizioni reali. Il capitolo richiama il cap. 9 (il giurato abusivo, come il CT) e il cap. 4 (critica postuma, nostalgia), e chiude sul lato affettuoso come gli altri. Restano da scrivere: **15 (Ai miei tempi)**, **17 (Italiano all'estero)**, **18 (Complottista)**, **21 (Meta-critica)**, **22 (Predicatori del positivo)**. Quale vuoi adesso?