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Capitolo 17: L'Italiano all'Estero

📅 2026-10-02 ⏱ 6 min lettura logistar.it
# Capitolo 17: L'Italiano all'Estero **Il turista con il pallino** Un italiano che parte per l'estero porta con sé una valigia, un passaporto e un'idea molto precisa di come dovrebbe essere il mondo. L'idea è: **come l'Italia, ma funzionante**. Atterra a Londra, e la prima cosa che nota è che il caffè non è caffè. Lo sapeva già, lo aveva detto a tutti prima di partire, ma verificarlo di persona è una soddisfazione che nessun museo può eguagliare. A New York scopre che il cappuccino viene servito a ogni ora, anche dopo cena, e che in qualche locale lo accompagnano con una fetta di torta al cioccolato. Rimane in silenzio per qualche secondo, come davanti a un lutto. Poi, a Parigi, il bidet. Anzi, **l'assenza del bidet**. Un Paese che ha fatto la rivoluzione, inventato la moda e costruito la Torre Eiffel, e che non ha ancora capito come ci si lava. L'italiano non lo dice ad alta voce. Lo scrive nella recensione dell'albergo, e il giorno dopo lo ripete a colazione, con aria da missionario. **Il catalogo delle mancanze** Il turista italiano ha, all'estero, una lista mentale di cose che mancano, e la aggiorna di tappa in tappa. **La pizza.** Ovunque, sempre sbagliata. Troppo alta, troppo bassa, con l'ananas, con il pollo, con la salsa che non è pomodoro. In certi posti arriva chiusa, come un calzone venuto male. L'italiano la mangia, per educazione, e poi la commenta come un patologo. **Il caffè.** Di cui si è già detto. Si cerca, si trova, si assaggia con una smorfia, e si conclude che «bisognerebbe portarsi la moka». Nei viaggi più lunghi, la moka viaggia davvero, in valigia, accanto al parmigiano, e viene tirata fuori in albergo con la serietà di un rito. **La pasta.** Che ovunque è troppo cotta. Con il tempo, l'italiano capisce che il segreto della pasta al dente è un dono nazionale, e che il resto del mondo non lo avrà mai. Lo dice con compassione. **I mezzi pubblici.** Su cui l'italiano ha, all'estero, una posizione interessante: li giudica con la severità di chi li critica in patria, ma con un'ammirazione segreta. «Guarda come funziona, qui.» «Sì, ma costa troppo.» «E poi non c'è lo stesso fascino.» Il metrò di Londra, puntuale e pulito, viene lodato con sincerità e poi svalutato: è **freddo**. **L'orario dei pasti.** Cenare alle sei del pomeriggio è, per l'italiano, un fatto contro natura. Chiede a che ora si mangia, gli rispondono «adesso», e va in cerca di un'alternativa con la dignità offesa. **Il paradosso dell'amor di patria** Qui sta la cosa più bella. Lo stesso italiano che passa l'anno a lamentarsi dell'Italia, appena varca il confine **ne diventa l'ambasciatore**. In patria dice che non funziona niente. All'estero, se uno straniero osa dire che i treni italiani sono in ritardo, scatta una difesa d'ufficio degna di un avvocato di grido. «Sì, ma voi non avete il sole.» «Voi non avete la storia.» «Voi non sapete mangiare.» Il treno in ritardo, che in Italia era una vergogna nazionale, diventa un dettaglio folkloristico, quasi un tratto di carattere. Il meccanismo è semplice: **solo noi possiamo parlare male di noi**. È un diritto riservato, come lo scherzare sulla propria famiglia. Lo straniero che lo faccia viola un copyright. E l'italiano, che fino a ieri sosteneva che il suo Paese fosse irrecuperabile, si scopre improvvisamente patriota, in un cortocircuito che lo lascia, per la verità, un po' sconcertato. La formula riassuntiva è nota: **«L'Italia è il Paese più bello del mondo, peccato per gli italiani.»** Frase di una purezza poetica, che contiene un amore sincero e un giudizio feroce, e che si dice ovunque, a ogni latitudine, con la stessa mano sul cuore. **L'emigrato** Poi c'è il gemello, quello che non è andato in vacanza, ma **è rimasto**. È partito per lavoro, per studio, per amore, per disperazione, o semplicemente perché a un certo punto non ne poteva più. Vive a Berlino, a Londra, a Lisbona, a Toronto. Ha un lavoro, una casa, forse una famiglia, e una rabbia amorevole per il Paese che ha lasciato. Quando racconta l'Italia lo fa con una precisione chirurgica. Sa cosa non funziona, perché lo ha subìto. «Là la burocrazia è un incubo.» «Là non ti pagano.» «Là se non conosci qualcuno non vai da nessuna parte.» Non lo dice per cattiveria: lo dice come un ex marito che racconta il divorzio, con il lessico di chi ha sofferto e ha capito, e che ancora, in fondo, non si è dato pace. Il bello arriva quando torna. Per Natale, per l'estate, per un matrimonio. Scende dall'aereo, respira l'aria, e dopo dodici minuti si lamenta del taxi. Dopo un'ora, del traffico. Dopo un giorno, dei prezzi. A cena dichiara che «non è cambiato niente», e il fratello che è rimasto gli risponde, con un sorriso acido: **«Ah, ma tu c'eri già stato?»** E il giorno dopo, al bar, ordina un caffè. Lo assapora con gli occhi chiusi, come un naufrago. «Lo senti? A Berlino non lo fanno.» È la frase più sincera di tutto il viaggio. **Il doppio sguardo** L'emigrato vive in una condizione unica, di sdoppiamento permanente. All'estero è l'italiano: porta un nome, un accento, uno stereotipo che non ha scelto. In Italia, dopo qualche anno, è **«quello che vive fuori»**, che ha un punto di vista diverso, a volte irritante. Non appartiene più del tutto a nessuno dei due posti. Dall'estero, si accorge di cose che da dentro non vedeva. Che l'Italia ha una socialità che altrove si è dimenticata, una cura per la tavola e per i rapporti, una capacità di improvvisare che nei Paesi più organizzati si invidia in silenzio. E che, allo stesso tempo, alcune cose da noi sono davvero più difficili, e non per colpa del destino: un permesso, un contratto, un diritto. Così impara la critica più rara, e più utile: **quella che sa distinguere**. Non «va tutto male» né «va tutto bene», ma *questo sì, quello no, e per questo ci vorrebbe tempo*. È una critica che costa, perché per farla bisogna aver vissuto in due posti. Ma è, forse, la più vicina alla verità. **La mensa dell'estero** Un'ultima osservazione, di costume. All'estero, gli italiani si riconoscono subito, e si cercano. Al ristorante, nell'albergo, in coda al museo, basta un accento perché scatti l'intesa: «Italiani?» «Sì.» Segue un sorriso, quasi un abbraccio. Poi, nel giro di tre minuti, si arriva al tema principale: **la critica dell'Italia, fatta insieme, con piacere**. È una scena commovente. Due sconosciuti, a tremila chilometri da casa, che si sfogano contro lo stesso Paese con un trasporto che nessun inno nazionale saprebbe suscitare. Dicono cose terribili, ridono, si danno ragione. Poi si salutano con un abbraccio: «Ci vediamo in Italia!» È l'unica forma di nostalgia al mondo che si esprime parlando male. **Il conto, all'aeroporto** Una parola, prima dell'imbarco. Ogni italiano che torna da un viaggio all'estero, o dall'estero a casa, vive un momento particolare: l'atterraggio. L'aereo scende, le nuvole si aprono, e sotto compare l'Italia. I campi, le città, le coste. Dentro l'aereo, qualcuno, sempre, applaude. Un applauso breve, goffo, spontaneo, che nessuno sa spiegare. Poi si scende, e comincia la fila al controllo passaporti. È lunga. Il bagaglio, naturalmente, ritarda. Un signore, due posti avanti, sospira: «Ecco, siamo tornati.» Ma intanto sorride. E nessuno, nemmeno lui, se ne accorge. --- Ho caricaturato **comportamenti e stereotipi** del viaggiatore e dell'emigrato senza nominare città o servizi reali oltre quelli di uso comune. Il capitolo richiama il cap. 6 (cibo come difesa di casa), il cap. 15 (nostalgia) e riprende la formula «Paese più bello del mondo, peccato per gli italiani» dal piano originale. Restano da scrivere: **18 (Complottista)**, **21 (Meta-critica)**, **22 (Predicatori del positivo)**. Quale vuoi adesso?