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L'inversione di segno
**L'inversione di segno**
Un secondo fenomeno, meno studiato del primo e non meno stabile, riguarda ciò che accade quando la squadra **vince**. Ci si aspetterebbe che la critica, privata dell'oggetto, si estingua. Non accade. Si osserva invece una trasformazione molto precisa: le argomentazioni restano identiche, e cambia soltanto il segno.
Chi pratica la critica sportiva non rivede il proprio giudizio: lo **rovescia**. Il materiale è lo stesso, l'esito è opposto, e il critico non avverte alcuna discontinuità.
Si considerino tre casi tipici.
**L'allenatore.** Fino al sabato era «incapace», «senza idee», «da esonerare». Dopo il successo di domenica diventa «un genio», «un uomo che ha letto la partita come nessuno». Si noti che **nulla di quanto lo riguardava è mutato**: né il modulo, né i metodi, né il curriculum. È mutato un solo dato esterno, il risultato, che il critico tratta come una prova retroattiva su tutto il resto.
**Il giocatore sostituito.** Il giocatore che andava tolto al sessantesimo, e che il critico aveva già condannato a voce alta, segna al settantesimo. Da quel momento diventa **indispensabile**, e l'allenatore che lo aveva mantenuto in campo riceve il merito di una scelta che il critico, fino a quattro minuti prima, definiva un errore. È la forma più pura del fenomeno: il giudizio non resiste nemmeno il tempo di un'azione.
**La scelta tattica.** Lo stesso schema, lo stesso atteggiamento, lo stesso rischio che in caso di sconfitta sarebbero stati un'ostinazione imperdonabile, in caso di vittoria diventano «coraggio». Il coraggio e l'ostinazione sono, in questa classificazione, **la stessa condotta vista da due risultati diversi**.
Il meccanismo sottostante può essere enunciato come una regola: *la qualità di una decisione viene dedotta dall'esito*. Un criterio con un nome tecnico preciso, l'**errore dell'esito** (*outcome bias*), secondo cui si valuta la bontà di una scelta in base a come è andata e non in base alle informazioni disponibili al momento di compierla. Una decisione ragionevole può dare un cattivo risultato, e una decisione sciagurata può essere premiata dalla sorte. Il critico sportivo, però, non ammette questa distinzione: per lui il risultato **è** il merito.
Ne discende un corollario di notevole eleganza. Poiché il giudizio segue l'esito e non il contrario, il critico è **immune alla smentita**. Qualunque cosa accada, aveva ragione: se si perde, lo aveva detto; se si vince, aveva sempre creduto nella squadra. Chi gli facesse notare la contraddizione si sentirebbe rispondere, con sincera sorpresa, che le due affermazioni riguardano partite diverse. È vero, e rappresenta l'unico punto su cui il critico sia rigorosamente corretto.
L'inversione ha infine una conseguenza sociale che merita di essere segnalata: spiega la **durata media dell'amore** per un allenatore. Tre vittorie lo elevano a statua, due sconfitte lo riportano all'ergastolo, e il tifoso-critico attraversa l'intero ciclo senza avvertire alcuna incoerenza, perché a ogni passaggio la sua convinzione è sincera. Non mente: **ricalibra**. Il sentimento si adegua al tabellino con la rapidità di un termometro, e con la stessa pretesa di oggettività.
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Fonte originale
https://claude.ai/chat/80856c6d-e80c-434b-97d0-fdfa172ed0f8